[Recensioni Film] – ‘Arrival’ di Denis Villeneuve

Tempo di lettura: 3 minuti

VOTO:★★★½☆
Prima di essere crocifisso in sala mensa per il mero significato numerico delle stelline qui sopra, dico subito che Arrival è un film dalla regia superba, dalla colonna sonora efficace, dalla fotografia squisita e con una Amy Adams che dimostra di essere una grande attrice. Allora, viste queste premesse, perché ‘solo’ tre stellette e mezzo?
Arrival racconta l’arrivo di dodici navi aliene che si localizzano in punti differenti del pianeta e che lì restano, aprendo i loro ventri a intervalli regolari per consentire l’ingresso agli esseri umani. Un invito, un modo per entrare in contatto con la razza umana e comunicare. Louise Banks (Amy Adams) è un grande esperta linguista e viene arruolata dal colonnello Weber (Forest Whitaker) per rispondere a una semplice domanda: cosa vogliono gli alieni? In tutto questo le altre undici potenze mondiali coinvolte dall’arrivo delle navi extra-terresti si trovano a dover affrontare lo stesso problema con la Cina (strano) già da subito propensa a una soluzione piuttosto drastica.
Adoro Villeneuve e anche in Arrival il talentuoso canadese stupisce con il suo tratto inconfondibile riuscendo a produrre scene che, anche solo dal punto di vista della regia, si integrano alla perfezione con il tema di fondo del film. In più tutto il comparto scientifico della pellicola è molto interessante: a partire dai problemi linguistici nella relazione con gli eptapodi alieni, per finire con la gestione del tempo e tutto quello che ne consegue. É vero, flirta con Interstellar (2014), Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977), Contact (1977), un pelo con Independence Day (1996) e forse un collegamento involontario con Premonitions (2015). Ma si tratta di piccoli corteggiamenti concettuali, mai di scopiazzature impenitenti, anche se aver visto tutti questi film smorza in parte la genialità di alcune scelte narrative.
Ma allora, perché non mi ha convinto? In base a quanto ho scritto fino a questo momento, Arrival sarebbe un film da cinque stelle su cinque, con lode e con bacio accademico, perché non è così?
C’è una componente di cui non ho ancora parlato, uno dei pilastri fondanti, qualcosa dal quale non si può prescindere: la componente emotiva. Perché prima ancora di essere un film di fantascienza, Arrival è un storia di vita (non a caso il racconto da cui è tratto si intitola Storia della tua vita, di Ted Chiang), una suggestione che si rivolge alle nostre corde più intime, una visione che ha bisogno della nostra partecipazione per essere all’altezza della sua stessa ambizione. Da qui in poi, entriamo in zona spoiler!
Io non sono riuscito a vedere il profondo amore di Louise, non sono riuscito ad abbracciare la sua superiore consapevolezza e con essa la grandezza della sua determinazione. Anzi. Pensando alla sofferenza che la sua scelta causerà, sia alla figlia che al marito Ian (Jeremy Renner) rivelandogli solo dopo il destino ineluttabile a cui l’intera famiglia andrà incontro, non ho potuto fare a meno di vederci un grande egoismo di fondo. La voglia di andare comunque avanti in ragione della gioia che ne riceveremo, del benessere del tutto esclusivo che la maternità porta. Se da un lato la nuova percezione del tempo di Louise giustifica questa scelta, dall’altro il diritto di sapere (o di non sapere) di Ian, e quindi dell’essere umano comune, viene calpestato. Perché se alla base di tutto c’è la possibilità di scegliere, ci deve essere questa possibilità per tutti. Non solo per una sorta di neo-divinità capace di interagire con il tempo circolare, con ciò che è già successo ma che deve ancora accadere. Non solo per chi conosce: anche il lineare Ian DEVE essere preservato, non ingannato.
Arrival necessita, per essere apprezzato fino in fondo, una complicità tra lo spettatore e Louise Banks. Una comprensione e una condivisione che nel mio caso sono venute a mancare.
Villeneuve ha deciso di giocarsi una stella e mezzo su questa empatia e, a giudicare da quello che vedo e che leggo, ha fatto assolutamente la scelta giusta. Però io, come Ian, non ho potuto scegliere: semplicemente il mio bagaglio emotivo mi fa prendere direzioni differenti.

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Comments (4):

  1. Roberto Flaibani

    29 gennaio 2017 at 11:07

    Caro Maico, c’è una cosa che non capisco nel tuo ottimo articolo, e cioè l’affermazione che Louise avrebbe preso la decisione di avere la bambina tutta da sola, alle spalle del povero marito Ian, del cui parere lei non si sarebbe per niente curata. Implicitamente, mi par di capire, questo sarebbe stato il motivo della separazione tra i due. Posso sbagliarmi, ma non ho memoria di questo nel film, né nel racconto. Invece ho sempre ritenuto che la separazione tra i due fosse avvenuta ben più in là dopo la sua nascita, forse addirittura dopo la sua morte. Come avviene spesso nella vita reale, di fronte ad uno shock come quello, il legame di coppia spesso si spezza. A corroborare la mia tesi, c’è una terza figura, la nuova donna di Ian, che Louise conosce e definisce “quella tizia”. Nel racconto si incrociano a distanza un paio di volte.

    Insomma, se la memoria non mi inganna, le cose potrebbero essere spiegate così: Louise e Ian decidono insieme di tenere la bambina, ambedue consci della sua scomparsa alla tenera età di 25 anni (nel futuro). Per motivi non segnalati dall’autore né dal regista, la coppia però si scioglie, fatto che di per se non mi sembra abbia effetto alcuno sulla narrazione.

    Insomma, ormai avrai capito dove voglio andare a parare. Ti invito a ridare al bravo Villeneuve la stellina e mezzo indebitamente tolta!

  2. Maico Morellini

    29 gennaio 2017 at 11:47

    Ciao Roberto,
    grazie per il commento!
    Premetto che il racconto non l’ho letto ma nel film Louise dice chiaramente: “Ho appena scoperto perché io e tuo padre ci siamo lasciati” e poi fa riferimento al fatto che quando ha spiegato a Ian che la figlia sarebbe morta e lei lo sapeva, il loro matrimonio finisce.
    Quando muore la figlia, nel film, non credo abbia 25 anni, direi che non arriva nemmeno ai 18, mentre so che nel racconto, ma lo so perché me l’hanno detto, la figlia muore di un incidente.

    Aggiungo che secondo me il ‘problema’ del film, che resta comunque un ottimo film sotto tutti gli altri aspetti, è l’aver resto le decisioni di Louise vere e proprie decisioni e non effetti di una percezione del tempo diversa.
    Nel dettaglio, tutta la parte con la Cina per come viene presentata nel film ci fa vedere una Louise che modifica il futuro agendo nel presente. Lei agisce e modifica qualcosa, o almeno così sembra per come è strutturato il film.
    Questo la rende capace di scegliere, anche se nel racconto non era così, e la sua scelta a me emotivamente non è piaciuta, mi ha allontanato dal personaggio.

    Come dicevo la narrazione è perfetta e non ho nulla da dire sulla struttura del film, ma resto lontano dalle situazioni emotive che ho vissuto attraverso Louise, non conoscendo nulla del racconto.

  3. Giulia

    18 febbraio 2017 at 23:00

    Recensione molto interessante, Maico!
    Io non concordo con te, specialmente quando parli di “benessere del tutto esclusivo che la maternità porta”… eh, guarda che mica è tutto oro! E non intendo dire che la maternità non è bella, ma che, esattamente come l’apprendimento dell’Eptapode B, ti catapulta in una diversa percezione concezione vita del tempo, dove tutto si fa improvvisamente più struggente, dove siamo benedetti e anche costantemente minacciati. Avere figli (da mamme e da papà) è un viaggio bellissimo ma anche doloroso e sfidante, ogni giorno… e partiamo sempre dal presupposto che i figli vivano più di noi! Quindi no, in nessun universo pensabile vedo quello di Louise come un gesto egoistico.
    Però apprezzo lo stesso la recensione, per il metro di giudizio: morale oltre che filmico. Pure io, se trovo sbagliato o riprovevole un concetto di base, non do 5 stelle manco a Kubrik (che infatti da me non le avrà mai ). Bravo.

  4. Maico Morellini

    19 febbraio 2017 at 10:43

    Grazie Giulia!
    In effetti quando si parla di emotività molte corde che vengono toccate vanno a interagire con lo spettatore in modo molto differente a seconda delle singole esperienze vissute e questo può far correre qualche rischio nella valutazione complessiva di un film.
    Per contro, chi invece riesce a entrare in sintonia con il regista, ne esce sicuramente galvanizzato (a prescindere dal caso specifico).
    Poi a me mancava anche il presupposto letterario perciò non avevo nessun tipo di coordinata.
    Ancora grazie e a rileggerci! 🙂
    Maico

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Thor: Ragnarok – di Taika Waititi

Tempo di lettura: 2 minuti

VOTO★★☆☆☆

Con questo terzo film il Dio del Tuono raggiunge Iron-Man come numero di pellicole in solitaria (Captain America: Civil War era un mini-Avengers mascherato, perciò Cap resta al palo con ‘solo’ due titoli). Ma soprattutto continua (e forse si conclude?) il percorso isolazionista di Asgard: dopo un primo film molto terrestre, dopo un secondo film che esplorava la mitologia asgardiana e coinvolgeva la Terra in misura minore, arriviamo a Thor: Ragnarok nel quale il nostro pianeta è del tutto assente.

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IT – di Andy Muschietti

Tempo di lettura: 3 minuti

VOTO:★★★★☆
Lo dico senza se e senza ma: trasporre IT sul grande (o piccolo) schermo è assolutamente impossibile. E’ impossibile perché la storia è così complessa e completa, così totalizzante, che anche piccole omissioni finiscono con lo snaturare l’armonia complessiva del capolavoro originale di King. Ed è impossibile anche perché IT è un romanzo senza filtro, morboso, violento, coraggioso e che non si ferma davanti a nulla. Parla una lingua dimenticata, di certo una lingua che l’ecosistema cinematografico (o televisivo) non può e non vuole imparare.

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