Recensioni Film – ‘Elysium’ di Neil Blomkamp

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L’idea che sta alla base di ‘Elysium’ è quanto di più originale, nel 2013, ci si possa aspettare: uno sparuto gruppo di individui prospera nell’agio più assoluto mentre la maggior parte degli esseri umani è costretta a una vita di sofferenza per garantire l’alto tenore di vita di quei pochi (situazione che, tra l’altro, si ripete tutti i giorni in ogni ufficio moderno).
A partire dalla mitologia greca passando per ‘La Macchina del tempo’ di H.G.Wells e arrivando agli ‘Hunger Games’ (2012) (rabbrividisco per la citazione cinematografica) si tratta di uno dei temi più abusati della storia ma che, evidentemente, ha un fascino irresistibile. A tal punto da spingere il giovane e talentuoso Neil Blomkamp (classe 1979), fresco del successo low-cost ‘District 9’ (2009), verso la scrittura di una sceneggiatura ‘originale’ incentrata proprio su questo tema.
La stazione spaziale Elysium ospita al suo interno, in un mondo ovattato e iper-tecnologico nel quale una capsula tuttofare garantisce una vita pressochè eterna curando ogni malattia, una ristretta cerchia di ‘cittadini’ che attingono dallo sfruttato pianeta Terra le necessarie risorse per prosperare. Sulla piccola sorella azzurra, nel frattempo, le cose non vanno affatto bene: sovrappopolazione, malattie, povertà, sfruttamento e il sogno di poter raggiungere da cittadini Elysium o di poter almeno curare i propri cari grazie alle tecnologie superiori del paradiso terrestre. Ma cosa succederebbe se la volontà di sopravvivere di un solo uomo dovesse dimostrarsi più forte di ogni embargo, di ogni ingiustizia sociale?
Che Elysium sia un film-denuncia sull’immigrazione e su come questa venga osteggiata in modo anche violento dagli stati che ne sono soggetti, è chiaro sin dai primi minuti. Ma che fosse proprio necessario farlo, è un altro paio di maniche.
Intendiamoci, non è un brutto film. Visivamente sa il fatto suo e per quanto riguarda crudezza, cinismo, e regia sporca Blomkamp sa il fatto suo. Ma l’impressione è che sia mancato una mano ispiratrice, che in ‘District 9’ forse era stata quella di Peter Jackson, in grado di spingere il regista oltre una storia troppo banale e poco coraggiosa. Alla fine le cose migliori risultano essere i gadget mortali di Kruger (un Sharlto Copley sufficientemente schizzato da risultare convincente), le baraccopoli di una Los Angeles messicanizzata (ma già viste in Distric 9) e un’Elysium eterea e asgardiana. Damon e la Foster portano a casa la sufficienza ma sono vittime di personaggi piatti e prevedibili.
Cosa sarebbe bastato per rendere ‘Elysium’ una pellicola più convincente?  Un finale diverso e meno esposto a buchi concettuali. Da Blomkamp, che aveva sporcato di struggente poesia ogni minuto di ‘District 9’, mi aspettavo qualcosa di decisamente non convenzionale che qui è mancato.
Nel complesso porta a casa una risicata sufficienza ma rimando il giovane regista sud africano alla sessione di recupero autunnale.

di Maico Morellini

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