SOUL – DI PETE DOCTER: il cinico amore per la vita

Tempo di lettura: 5 minuti

Dopo Inside Out, il capolavoro a misura di uomo e bambino targato Pixar, Pete Docter mette in campo i suoi talenti per confezionare un prodotto che, questa volta, parla quasi esclusivamente agli adulti. E a un certo tipo di adulti. Sì perché Soul (non serve vi dica che ‘soul’ vuol dire ‘anima’ oltre che essere componente fondamentale del binomio musica ‘jazz soul’) non è quasi in nessuna sua parte un film per bambini.

Il motore narrativo è piuttosto rapido da riassumere: Joe Gardner, insegnante di musica delle scuole medie, aspirante musicista e quarantenne follemente innamorato del jazz, ha la sua grande occasione. Dopo un provino lampo promosso da un suo ex studente, viene scritturato per una serata musicale guidata dalla famosa jazzista Dorothea Williams. Il sogno di una vita, il crocevia intorno al quale si intrecciano tutte le scelte, le ambizioni, le rinunce e le decisioni di Joe. Ma, vittima dell’euforia, cade in un tombino e si ritrova in punto di morte, la sua Soul diretta verso l’Oltremondo. Ma Joe non ci sta, fugge e finisce nell’Antemondo, il luogo nel quale le giovani anime vengono addestrate per la vita che andranno a riempire sulla Terra.

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Al netto dell’eleganza di Docter e del suo tratto distintivo – l’Antemondo rielabora ed evolve le idee sviluppate in Inside Out con un fil rouge sia estetico che concettuale – Soul è un film che può fare dannatamente male. Se lo spogliamo della goliardica ricerca della ‘scintilla’, l’elemento che permette a un’anima dell’Antemondo di arrivare sulla Terra, se lo asciughiamo dai colori pastello e dalla bizzarra efficenza del duo Terry-Jerry (i deus dell’Oltre-AnteMondo), quello che resta è una matrioska di messaggi, un involucro cinico e crudele che però contiene il più appassionato amore per la vita.

Sono ciniche e crudeli le anime perse, evoluzione (involuzione) quasi darwiniana dell’estasi creativa mostrata nelle bolle artistiche. Sono nere, giganti, inarrestabili, arrabbiate, feroci e ossessive. Lo sono come soltanto le ricerca spasmodica dell’essere “qualcosa a tutti i costi” o del “vivere in quel modo a tutti i costi” può essere. Cupe, vagano nella periferia della vita perché sopraffate da un desiderio oppure schiacciate dalla convinzione di non “essere abbastanza”. Quelle anime possiamo essere tutti noi, possono essere chiunque si trovi intrappolato in una vita che assorbe, che reclama, che pretende più di quanto restituisce. Docter ci mostra un broker in quelle condizioni ma il suo è un gesto gentile: tutti, nessuno escluso, possono finire lì. Non serve la crudeltà del mondo finanziario, non è retaggio solo del “fare carriera”.

È cinica la de-costruzione della vita di Joe. Le sue giornate. La sua so(u)litudine musicale alla ricerca di qualcosa che rischia di non arrivare mai. Il suo scendere a costanti compromessi, il non saper mai decollare davvero, la ali sempre imbrigliate da un sogno che potrebbe (dovrebbe?) non avverarsi mai. Ed è cinico, più e sopra di tutto, il raggiungimento del sogno. Il fatto che una volta afferrato quello che si insegue da tutta una vita ciò che rimane tra le dita può essere meno di quanto ci si aspettasse. Docter ci mette in guardia. Ci mette in guardia dai sogni. Ci mette in guardia dalla convinzione di dover avere una scintilla a tutti i costi. Perché si rischia di diventare anime perse o, peggio, si rischia di investire un’esistenza, di puntare tutta la propria vita verso qualcosa che una volta raggiunto si rivela per quello che è: un sogno pronto a evaporare alla luce del mattino.

Ma c’è anche un grande amore per la vita nella visione di Docter. L’amore per una vita senza se e senza me, l’amore per una vita semplice, comune, fatta di pizza, di musica nella metro, di ciambelle, di semi volanti, di aria calda e di chiacchiere da poltrona. Una vita che Soul celebra inserendola all’interno di una matrioska di sogni caduti perché è inutile cercare una scintilla che ci determini. Sono la vita, le sue componenti, la sua semplicità a farlo. Non dobbiamo essere qualcosa a tutti i costi anche se intorno il mondo sembra gridarci il contrario.

Quindi dobbiamo rinunciare ai sogni? No. Non dobbiamo. Ma non è necessario avere sogni per forza. O meglio, i sogni non dovrebbero mai offuscare la normale brillantezza di un comune giorno vissuto a tal punto da trasformarci in anime perse alla ricerca della propria bolla creativa. All’inseguimento di un’estasi usa e getta che consuma, logora, inaridisce e che finisce col riscoprirci vecchi, soli, arrabbiati, con tutto quello che poteva essere ormai alle spalle.

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