Star Trek: Discovery, il cuore della Federazione

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In non-colpevole ritardo, ho deciso di guardare le serie-tv che mi interessano ben dopo la loro uscita per evitare il rumore di fondo degli inevitabili schieramenti talebani pro e contro, mi sono gustato con enorme calma le prime due stagioni di Star Trek: Discovery.

Due rapidissime coordinate sulla serie e sulla sua collocazione: Discovery è ambientata all’incirca una decina di anni prima rispetto alla serie classica di Star Trek, per intenderci quella con Kirk, Spock e l’equipaggio storico dell’Enterprise. Perciò, di fatto, dopo Star Trek: Enterprise (ambientata cento anni prima la serie classica), Discovery è una sorta di prequel del primo Star Trek mai visto in televisione. Ci ho messo circa tre mesi a guardare tutti i ventinove episodi ma non per mancanza di interesse, tutt’altro: solo ho voluto dare valore a un prodotto che mi stava piacendo, e pure tanto. Alla fine di tutto, che cosa ho concluso?

Ci sono diverse riflessioni, la prima riguarda l’inserirsi di Discovery all’interno della sterminata continuity dell’universo trekkie, ma le dedicherò davvero poche righe per un semplice motivo: non è il mio metro di giudizio per QUESTA serie. Non lo è perché, pur riconoscendo con distacco le critiche a cui si è esposta Discovery, ci ho trovato così tanto di bello da far passare in secondo piano le eventuali ‘violazioni’ della prima direttiva Trekker (violazioni che comunque hanno cercato di far rientrare con una chiusura della seconda stagione che dimostra rispetto). Forse non ricalca il vero spirito di Star Trek, forse ci sono cose che stridono, ma tutto il resto mi è così piaciuto da avermi fatto superare questo possibile scoglio. Tutto il resto, per quanto mi riguarda, è stato sorpresa e meraviglia.

Sorpresa per la qualità di scrittura delle intere due stagioni, per l’attenzione dedicata a ogni singolo personaggio (con qualche perdonabilissimo inciampo, ma cose di poco conto), per i colpi di scena e per la tensione narrativa. Sorpresa anche per le idee messe in campo, per l’originalità del motore a spore e della rete del micelio e per la trattazione dei Klingon e della loro cultura. E poi meraviglia.

Copyright: Secret Hideout, Roddenberry Entertainment, Living Dead Guy Productions, CBS Television Studios

Meraviglia perché ho trovato questa serie attuale come solo la buona fantascienza sa essere. La Federazione di Discovery e un gioco di ombre. Non è di quella purezza a cui altre serie trekker ci avevano abituato eppure in più occasioni vengono ripetuti con forza e con grande epica i suoi principi fondanti. Ci sono conflitti e contrasti, ci sono situazioni discutibili (soprattutto incarnate dalla Sezione 31) e ci sono i puri come Pike e Saru. Questo gioco di ombre, questo continuo chiedersi la legittimità di certe azioni, di quanto queste contaminino e denaturino lo spirito della Federazione fa capire come non mai quanto l’universo di Star Trek ha investito, in tutte le sue declinazioni, nel descrivere un futuro in cui l’uomo sia davvero migliore di come è ora. Ho trovato attuale, molto attuale, lo svolgersi della narrazione nella prima stagione, con i Terrestri contrapposti alla Federazione, con una figura come quella di Lorca che è ambigua e affascinante. Con Philippa Georgiu in bilico tra i due mondi, con lo specchio futuro della Terra che Discovery ci offre, uno specchio Terrestre tanto realistico quanto impietoso.

C’è la predestinazione, in Discovery. Una predestinazione che si muove attraverso universi paralleli prima e attraverso il tempo poi, ma che offre comunque la grande, risoluta, umana speranza nel libero arbitrio. C’è il confronto con la perdita di sé, con il ritrovarsi, con l’orrore della guerra. Saru che descrive la distruzione che ne deriva, le macerie sulle quali non è possibile edificare nulla, semplicemente rivolgendosi al conflitto che dilania Tyler, creatura nata dalla guerra e che rischia di morire in (e per) essa. E c’è la stessa predestinazione quando futuro e presente si sovrappongono, quando ciò che devi fare deriva da ciò che hai già fatto e che farai in un futuro passato. C’è il culto della paura che però può diventare coraggio. Ci sono la diversità e l’eleganza di un universo tanto vasto quanto simile al nostro piccolo, contemporaneo, pianeta.

Ci sono anche difetti, certo. In alcuni momenti si privilegia la scelta più semplice per risolvere narrazioni complesse, in altri momenti le strategie militari son solo in funzione di ciò che dovrà succedere ma, lo ripeto, si tratta di cose che a me non hanno dato fastidio perché inserite in un contesto davvero larger than life. E l’unica cosa che mi sento di dire, adesso, è che ne voglio ancora.

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