Le opportunità mancate

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La Storia, e non sono io a dirlo, è una maestra crudele. Illude i più disattenti, li instrada lungo sentieri già percorsi all’inseguimento di una Chimera alla quale gli stolti, più o meno inconsapevolmente, rispondono sempre allo stesso modo:”Io posso, io sono in grado, non commetterò gli stessi errori che altri hanno commesso prima di me”.
Viviamo in tempi difficili e complessi. Non c’è nemmeno bisogno di leggere il giornale, per accorgersene. Basta consultare una ristretta (o ampia) cerchia di amici per rendersi conto che, volenti o nolenti, le difficoltà del ‘mondo’ nel migliore dei casi ci sfiorano, nel peggiore di urtano a piena velocità.
E’ in questi momenti che ci troviamo davanti a un bivio. Che l’Uomo si trova davanti a un bivio: tirare fuori il meglio o il peggio di sé. Vedere opportunità per accrescere il proprio potere oppure mettere da parte il ‘me’ in favore di un più difficile e poco remunerativo ‘noi’.
Parlavo della Storia, prima. Una cosa che ho la presunzione di aver capito (io che non sono uno storico, che ho buona memoria e che nel mio piccolo ricordo, osservo e faccio qualche collegamento) è che il turbolento fiume della Storia può essere mantenuto costante, deviato o completamente stravolto da una e una sola cosa: quella che viene chiamata coscienza collettiva. Quell’insieme preziosissimo di intenti, passioni, speranze, paure, etica e immaginazione. Chiunque, in passato, abbia avuto la forza (o l’insanità) di parlare direttamente alla ‘coscienza collettiva’, stimolandone in modo delicato o violento le sinapsi, ne è stato in qualche modo travolto (Robespierre è il più realpolitikese di questi esempi).
Ha raggiunto obiettivi insperabili, ha smosso continenti ma poi, alla fine, il conto è stato saldato. E’ una legge quasi matematica. Una legge che però è cambiata, progressivamente, con il maturare della ‘coscienza collettiva’. Per come la vedo il conto da pagare è passato da esclusivo retaggio del singolo a una sorta di equa distribuzione tra chi aveva avuto l’ardire di smuovere la collettività e la collettività stessa.
Più meccanismi democratici e di garanzia si insediavano nel tessuto mentale della società, più smuovere ‘le masse’ diventava, da un certo punto di vista, meno pericoloso.
Io credo che ci troviamo a un bivio che riguarda proprio questo argomento, adesso. La partita che si sta giocando è quella tra i ‘me’ e gli ‘io’ e il ‘noi’. Solo che, temo, il ‘noi’ non sia del tutto consapevole della sfida in corso.
Quando ci sono grandi sommovimenti sociali, quando il mondo si complica, quando diventiamo tutti più fragili e sensibili l’accesso alle nostre piene capacità è più diretto. E per questo, chi può parlare a tanta gente, chi si può rivolgere (avendo i mezzi per farsi ascoltare) al ‘noi’ potrebbe compiere veri e propri miracoli. O causare danni di cui, ne sono convinto, non si rende nemmeno conto. O che crede di poter, poi, dopo, in un secondo momento, sanare.
Ma se l’etica della collettività viene macchiata nel suo io più profondo, da quello non si torna più indietro. Siamo diventati più lenti, però l’inerzia di una sonnecchiante entità astratta ma tremendamente vera è letale, micidiale, inarrestabile.
In questi momenti, i migliori dovrebbero parlare al nostro ‘noi’. In questi momenti da un neutro e confuso rimestare di piccole paure, piccole incertezze, piccole meschinità, piccoli atti di coraggio dovrebbero emergere i migliori.
Ma se questo non accade, come non sta accadendo, si manca una grande opportunità. Mi sorprende che, almeno in apparenza, nessuno se ne renda conto. Io sono convinto cha sia questo il momento di distillare il meglio. Dovremmo essere responsabili, perché le cose che fino a ieri venivano sopportate, oggi vengono additate con fastidio. E domani chissà. Perché sento una corda tendersi sempre di più, e la vedo tesa a tutti i livelli.
Perché rovesciare un tavolo appellandosi alle piccole paure, alle piccole incertezze, alle piccole meschinità di sicuro non spingerà nessuno a compiere piccoli atti di coraggio.
John Donne diceva: “Nessun uomo è un’isola”.
E se invece, alla fine, diventassimo proprio quello?

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