Tempo di lettura: 3 minuti

VOTO:★★★★½

Ci eravamo lasciati, alcuni mesi fa, con alcune tiepide riflessioni sulla calante qualità della terza stagione e con qualche dubbio legato al rischio del lavoro di rimaneggiamento a cui gli sceneggiatori sarebbero stati costretti.
Bene, al termine della quarta stagione (con qualche mese di ritardo, lo so) posso dire che questi rischi sembrano scongiurati grazie a dieci episodi che hanno ritrovato equilibrio e armonia. E soprattutto grazie a due riuscitissime intuizioni. Continue reading →

Tempo di lettura: 3 minuti

VOTO: ★★★★☆

Le ferite  inflitte agli appassionati dal nono episodio della Terza Stagione stanno inziando a rimarginarsi solo ora e sul web iniziano a comparire i volti dei nuovi personaggi pronti a entrare in scena nella Quarta: quale momento migliore per fare un bilancio sulla stagione conclusasi questa primavera?
Giochiamo a carte scoperte: la Terza Stagione non è al livello delle due precedenti. La narrazione spedita, l’equilibrio tra tutte le trame narrate, la capacità di confezionare episodi intensi anche quando si lasciavano dialogare i personaggi (per esempio le sfide verbali tra Petyr ‘Baelish’ Ditocorto e Lord Varys) sono, purtroppo, un ricordo (o quasi). Tutto l’impianto che aveva reso le prime due stagione perfette, qui inizia a scricchiolare mostrando debolezze strutturali che, spero, non arriveranno a far crollare l’intero castello.
E la cosa, dal mio punto di vista, è molto allarmante. Perché? Presto detto. Continue reading →

Tempo di lettura: 3 minuti

VOTO: ★★★½☆

Con il secondo capitolo di Thor procede l’inarrestabile serializzazione dei film supereroici targati Marvel: più il tempo passa più il blocco tematico degli ‘Avengers’ si avvicina alle logiche di una lunga e articolata serie TV.
E in questa ottica la qualità degli spin-off (Capitan America, Iron Man, Thor) continua a mantenere un profilo piuttosto basso per poi brillare nelle pellicole corali. ‘Avengers‘ è stato decisamente migliore di tutti i suoi predecessori, tolto forse il primo Iron Man. Perciò, cosa aspettarsi da Thor: The Dark World? Continue reading →

Tempo di lettura: 4 minuti

Dopo il successo indiscusso e del tutto meritato della prima stagione, c’erano alcune incognite che, in potenza, gettavano qualche ombra sul proseguo di questa straordinaria saga fantasy.
Una su tutte: come se la sarebbero cavata sceneggiatori e registi (soprattutto questi ultimi) con le battaglie su vasta scala proprie del secondo capitolo delle Cronache? Non era una scommessa da poco perché se la prima stagione, chiusasi con la morte di Eddard Stark e con l’inizio della guerra dei cinque Re, aveva svolto alla perfezione il suo ruolo preparatorio adesso non sarebbero bastate le ottime location esterne. C’erano eserciti da mettere sulla scacchiera e flotte immense da disporre tra Roccia del Drago e le Rapide Nere.
Continue reading →

Tempo di lettura: 5 minuti

Riallacciandomi per direttissima alla mia recensione di ‘A Dance With Dragons‘, quinto capitolo della monolitica e solida serie letteraria ‘Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco’, volevo condividere alcune riflessioni che proprio questo libro, più degli altri, mi ha portato a fare.
Martin pare attribuire al dolore e alla menomazione fisica proprietà taumaturgiche eccezionali, soprattutto per quanto riguarda animo e ambizioni dei personaggi. Per non parlare poi di come questi vengono percepiti dal lettore.
Andiamo con ordine però, e lo facciamo attraverso tre esempi pratici (ovviamente ci saranno anticipazioni e spoiler perciò se non volete sapere troppo, non addentratevi nella lettura).

Brandon ‘Bran’ Stark:

Quarto figlio di Eddard Stark e di Catelyn Tully viene ‘menomato’ quando Jaime Lannister lo spinge nel vuoto dopo che il piccolo Bran era stato testimone dell’incestuoso rapporto di Jaime con la sorella. Cadrà, rompendosi le gambe e danneggiandosi la spina dorsale: “Non camminerai mai più” è il drammatico verdetto.
Da questo momento, per Bran, inizia un percorso di crescita spirituale il cui punto di arrivo ci verrà fatto percepire, anche se solo in parte, proprio in ‘A Dance With Dragons’. Tutti gli Stark, come Figli del Nord, hanno un rapporto molto particolare con la magia degli Antichi Dei che permea le loro terre, e pare che per Bran la menomazione sia una scorciatoia verso il sentiero che lo porterà a comprendere meglio i suoi poteri. E’ proprio quando perde l’uso delle gambe, infatti, che iniziano le visioni: gli appare in sogno il corvo con tre occhi, la cui vera identità ci verrà rivelata solo nella prima parte di ‘A Dance With Dragons’. Diventa capace di ‘indossare’ le pelli: quella del suo Metalupo, Estate, e a sorpresa quella del gigante Hodor. Affinerà questa tecnica poi, fino al punto di potersi muovere, come osservatore, nel tempo e nello spazio. In un inchino alla tolkeniana filosofia delle memoria senza tempo degli alberi, imparerà a indossarne corteccia e spirito.
Insomma, in accordo con alcune teorie scientifiche secondo le quali l’inquinamento dei sensi rallenta le funzioni cerebrali più pure, in modo un po’ distorto qui ritroviamo la stessa cosa.

La menomazione, apre altre porte. Spinge la mente a cercare vie differenti attraverso le quali vincere i vincoli della carne. Il dolore e la perdita in questo caso obbligano a una crescita spirituale molto accelerata. Per Bran, personaggio già positivo, il percorso non fa altro che rafforzare questa sua caratteristica. Ma non sarà sempre così, anzi.

Jaime ‘Sterminatore di Re’ Lannister:

Ecco uno dei personaggi che ha subito (e sta subendo) LA metamorfosi per eccellenza.
Figlio del Lord di Castel Granito Tywin Lannister, fratello di Cersei e Tyrion, era il più dotato spadaccino dei Sette Regni. E’ strettamente legato al destino di Bran perchè è stato proprio lui, come ho anticipato, ad aver scagliato il piccolo Stark nel vuoto, facendolo precipitare da una torre di Grande Inverno. Martin non fa nulla, sin dalle prime pagine, per rendercei simpatico lo ‘Sterminatore di Re’. A stretto giro per poco non uccide Bran, partecipa attivamente agli eventi che culmineranno con la drammatica morte di Robert Baratheon prima e di Eddard Stark poi, ha un rapporto incestuoso con la sorella. E’, insomma, un personaggio che incarna la malvagità e l’ambizione dei Lannister in tutto e per tutto (nonostante abbia un suo distorto senso di lealtà legato alla Guardia Reale di cui fa parte).
Tutto questo fino a quando Vargo Hoat e i suoi Guitti Sanguinari non gli amputano la mano della spada. Dolore, quindi. Menomazione. Lo ‘Sterminatore di Re’, prima il più abile, pericoloso e letale spadaccino dei Sette Regni non è nemmeno più in grado di sfidare a duello Ilin Payne, La Giustiza del Re, muto boia di Approdo del Re (che diventa suo partner nel tentativo di re-imparare a combattere). Gli viene sostituita la mano amputata con un arto completamente d’oro ma questo non gli restituisce la sua baldanzosità, nè tanto meno la fiducia che li è stata strappata con la mano. Anzi, Jaime inizia persino a risultarci simpatico. Entriamo in empatia con lui. La sua menomazione, i dubbi psicologici di cui questa si fa catalizzatrice, il cambiamento anche nell’amore passionale e malato per la sorella sono solo la punta dell’iceberg. Il mondo gli appare diverso e come Bran esplora zone della sua indole a lui del tutto sconosciute. Se prima la sua risposta a tutto era a fil di spada, poi riscopre doti diplomatiche degne del suo defunto padre. L’onore che il suo bianco mantello dovrebbe incarnare, adesso pare appartenergli davvero. Come dimostra, proprio in ‘A Dance With Dragons’, la missione che decide di intraprendere con Brianne di Tarth per il recupero di Sansa Stark mentre sua sorella ha un tremendo bisogno di lui, mentre tutti i Sette Regni camminano sull’orlo del disordine civile.
Insomma, per farla breve, io che ho sempre odiato Jaime e che ho continuato a odiarlo il più possibile, adesso mi ritrovo a simpatizzare, ancora con un po’ di sospetto a dirla tutta, per lui.

Theon ‘Il Traditore’ Greyjoy:

Figlio minore di Balon Greyjoy, è Protetto della casata Stark. Viene tenuto in una gabbia dorata come prigioniero politico, come ostaggio, per impedire che il fuoco della ribellione proprio dei Greyjoy arda di nuovo.
Donnaiolo dal sorriso accattivante è un personaggio che si rivela piuttosto complesso. Cresciuto con gli Stark gli ammira e ne brama il rispetto. Viene trattato come un fratello dallo stesso Robb Stark, ma cova un’ambizione e un desiderio di rivalsa incontrollabili, accentuati anche dal fatto che, comunque, non sarà mai uno Stark. Ed è proprio questa sua ambizione che lo porterà a tradire Grande Inverno e a causare la morte di tutti gli uomini fedeli a Robb Stark, rimasti tra le mura della roccaforte del Nord. Ma questo suo tradimento verrà pagato a caro, carissimo prezzo.
Ramsay Bolton, bastardo del Lord di Forte Terrore, Roose Bolton (storico e problematico alfiere degli Stark), farà di Theon il suo schiavo. Lo mutilerà, spezzandogli denti e dita, strappandogli lembi di pelli e piegandone, in questo modo, anche la volontà. La perversione di Ramsay si dimostrerà così diabolica da portare Theon persino a dimenticare il suo nome: prenderà infatti il posto di Reek, mente e corpo, corrotto e malvagio servo/mentore di Ramsay.
I capitoli che parlano della psiche frantumata di Theon/Reek sono così strazianti da farci dimenticare in fretta le colpe di cui si è macchiato. Sua è la responsabilità per la morte di Maestro Luwin, di Rodrik Cassel e di tutti gli amici fedeli agli Stark che avevamo imparato a conoscere, e sua è la responsabilità per le fiamme che divoreranno Grande Inverno.
Eppure la finestra che Martin ci apre sulla mente distrutta da tortura e terrore di un ragazzo di diciannove anni che non più in grado di sorridere, perchè senza denti, e forse nemmeno più in grado di amare perchè mutilato in modo orribile anche altrove, è micidiale. Così come è tremendo il percorso che riporterà Theon a trovare la sua identità, nascosta e dimenticata nel terrore.
Anche lui, con la mutilazione e con il dolore, intraprende la via della redenzione. Più rapida, in termini di pagine, ma forse più convincente di quella percorsa fino a ora da Jamie.
Perchè il dolore da lui provato è molto, molto superiore. E lo penetra a livelli inimmaginabili.

Per concludere la sofferenza a cui Martin sottopone i suoi personaggi, non è solo catalizzatore di crescita, di mutamento e di un nuovo ruolo nell’affresco che contribuiranno a dipingere. Ma è anche un astutissimo stratagemma letterario per portarci a rivalutarli, per condurci a provare per loro un’empatica compassione che mai avremmo pensato di sentire. Uno stratagemma che se nella forma è antico e di certo non innovativo, lo è nella sostanza.

Tempo di lettura: 2 minuti

E alla fine ce l’ho fatta. Dopo una lettura lunga e dolorosa, che mi ha impegnato da settembre fino a oggi, ho riposto nella libreria ‘A Dance With Dragons’.
La prima, doverosa avvertenza è che l’ho letto in inglese. Non potevo aspettare i tempi troppo dilatati delle (tre!) edizioni italiane (‘I Guerrieri di Ghiaccio’ è già uscito) perciò mi sono cimentato in quella che si è rivelata un’avventura molto complicata.
Ma anche molto soddisfacente. Le considerazioni che seguiranno poco hanno a che fare con il nudo e crudo stile narrativo di Martin (lo stacco della lingua mi impedisce di essere efficace nella mia analisi, anche se credo non sia cambiato molto, anzi, forse ha ritrovato parte della sua efficacia) ma si concentrano tutte sulla pura e semplice storia.
‘A Dance With Dragons’ non è un libro fluido. Ha esattamente gli stessi difetti di ‘A Feast For Crows’ (‘Il Dominio della Regina’ e ‘L’ombra della Profezia’ in Italia) ma con una sostanziale differenza: li concentra tutti nella prima metà. E’ dispersivo e diluisce gli avvenimenti in modo quasi inaccettabile, come accadeva per il precedente capitolo, ma poi qualcosa cambia.
Non so se questo sia coinciso con l’inizio delle riprese della serie TV che ha dato a Martin un nuovo impulso e lo ha costretto a stringere un po’ i tempi. Ma il cambio di passo non solo è netto, ma è anche una boccata di ossigeno che ci districa da una trama soffocante e troppo vittima di se stessa.
Se la prima metà incespica e annaspa nella preparazione di cose che tardano a venire, la seconda metà decolla, decisamente.
Le trame accelerano. Alcuni personaggi vengono approfonditi in modo molto convincente (Roose Bolton è uno di questi) e altre caratteristiche di Westeros vengono definite altrettanto bene (meravigliosa la digressione sui Maestri e sulla Cittadella). Caratteristi oscuri come il Maestro rinnegato Qyburn vedono accrescere la loro spettrale aura con una virata decisamente horror (e con pochi e ben piazzati effetti narrativi). Theon Greyjoy diventa la seconda ‘vittima’ di un percorso diabolicamente eccezionale di redenzione, come era toccato a Jamie Lannister. E finalmente oltre la Barriera iniziamo a percepire la vera magia e il vero male (‘dead things in the water‘).
Tutto acquista velocità fino alle ultime cento pagine quando quattro trame narrative vengono sospese con colpi di scena di grande effetto (e, aggiungo, che fanno incavolare a morte solo perchè saremo costretti ad aspettare chissà quanto). Il ritmo torna a essere quello incalzante e ipnotico, oltre che cattivo e spietato, dei primi volumi. Unico neo, forse, la pletora infinita di personaggi dai nomi improponibili al di là del mare e l’aver evocato figure così importanti solo ora, senza averne mai accennato.
L’Epilogo, poi, chiude in modo magistrale disponendo sulla scacchiera uno scenario da far accapponare la pelle.
Non voglio anticipare nulla, ma non posso fare a meno di dirvi questo: proprio nelle ultime due pagine del romanzo è descritto l’arrivo di un enorme corvo bianco dalla Cittadella ad Approdo del Re, senza nessun messaggio, ma con un solo, pesantissimo, fardello. L’annuncio del cambio di stagione: L’inverno sta arrivando (e il prossimo libro, ‘The Winds of Winter’, credo manterrà la promessa).

Consiglio per chi deve ancora avventurarsi così a fondo nelle Cronache Del Ghiaccio e del Fuoco (di cui vi consiglio il mio invito alla lettura pubblicato qui): procuratevi anche i tre libri in cui verrà spezzato ‘A Dance With Dragons’ (l’ultimo dei tre verrà pubblicato a Luglio, pare) e alternate la lettura dei capitoli di questi con quelli de Il Dominio della Regina’ e ‘L’Ombra della Profezia’. Tutto dovrebbe risultare molto più equilibrato.

Tempo di lettura: 4 minuti

Questo invito alla lettura è stato pubblicato integralmente sul numero 25 del Living Force, fanzine del Fan Club Yavin 4.

Come si può invitare alla lettura di una saga che non è ancora completa (e che, aggiungo, non credo vedrà la fine prima di almeno un paio di lustri)? La prima risposta che mi viene in mente è che si può, visto che sto provando a farlo. La seconda risposta è che ci sono buoni motivi per incrociare i guantoni con i libri di Geroge R. R. Martin, anche se le Cronache, non sono complete.
Ho intenzione di concentrarmi di più su questa seconda risposta che sulla prima. Perciò, fuoco alle polveri.
Cominciamo a sgombrare il campo da dubbi o false speranze usando la vecchia tattica degli istruttori militari: non si tratta di libri facili ed è probabile che molti di voi non arrivino fino alla fine del progetto martiniano.
Prima di entrare nel merito del perché dedicare un po’ (un bel po’) di tempo alla lettura di questa saga fantasy, solo due parole sullo stato dell’arte e sulle condizioni di salute letteraria dell’autore.
Attualmente, in Italia, ‘Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco’ vantano la bellezza di nove volumi contro i quattro usciti in America (un regalo dei generosi editori dello stivale, interessati a riempire quel vuoto nelle nostre librerie dividendo e moltiplicando, novelli miracolanti, il numero di libri di riferimento). Lo stato dei lavori del quinto capitolo è piuttosto nebuloso e Martin sembra vittima di un delirio creativo che sta allungando oltre ogni previsione la mole delle ‘Cronache’. Potremmo dire che l’autore versa in uno stato di coma vigile.
Perciò, io vi ho avvertito: se accetterete il mio invito preparatevi ad entrare nella folta schiera di speranzosi lettori che attendono, prima della fine dei giorni, il concludersi della saga.
Quello che vi troverete davanti già dalle prime pagine de ‘Il Trono di Spade’ (primo libro italiano, corrispondente a metà di ‘A Games of Thrones’, seguendo le pubblicazioni americane) rende piena giustizia alla parola ‘Cronache’ che etichetta in modo inequivocabile la saga. Perché di questo si tratta: di una narrazione oggettiva (pur interpretata fondendo il lettore nella soggettività di diversi punti vista), e quindi di una cronaca di un tribolato momento storico che il mondo inventato da Martin attraversa.
Dimenticate il fantasy epico popolato da pochi ed eroici personaggi, con capacità molto al di sopra della media, che interagiscono con un mondo più normale di loro (parlo di autori come il compianto David Eddings, per esempio). Dimenticate il tema della ‘cerca’ come metafora del percorso della vita (tematica potteriana ma molto diffusa nei clicè del fantasy moderno e non).
L’unico vero tema tipico dell’epica fantasy classica che ricorre è il conflitto tra il bene e il male, tra il bianco e il nero. Anche se Martin lo gestisce in modo del tutto personale: ne dà un assaggio al lettore nelle primissime pagine e poi lo trasforma in un leviatano concettuale. Sempre presente, in grado di attribuire un senso di disastro e grandezza imminente agli eventi che si avvicendano sopra di esso (sia in senso  narrativo che in senso temporale). Una creatura quasi autonoma, in attesa sotto la superficie degli intrecci ‘mortali’, a breve respiro, che Martin tesse.
La grandezza de le ‘Cronache’ perciò, a questo stato di incompletezza in cui ci troviamo (nostro malgrado), si misura proprio nell’ambientazione che a tutti gli effetti è solo di superficie. Un medioevo del tutto simile al nostro passato,  flagellato dalla complicanza degli intrecci politici del mondo moderno, e con un’attenzione impressionante a dettagli, ambientazioni, strutture gerarchiche.
Un mondo diviso in grandi casate (come quelle che nel nostro passato hanno guidato le redini del Vecchio Continente), ognuna delle quali viene esaltata così tanto in pregi e difetti, da elevarsi dalla struttura narrativa per divenire puro concetto. Idealizzandole fino a rispecchiare, in modo intelligente e mai indigesto, anche la società moderna e i suoi spaccati.
Il talento di Martin si rende manifesto anche a questo livello. Le percezione di queste ‘entità concettuali’ non è mai pressante e non scavalca la concretezza degli eventi reali (che sono tanti, complessi, e orchestrati in modo molto maturo), ma si crea un suo spazio sul quale costruisce un filone parallelo. Tanto più che la metamorfosi di molti personaggi, la loro reazione normale e mutante nei confronti di entità così assolute come le casate alle quali appartengono, ci accomuna a loro avvicinandoci ancora di più ai conflitti ideologici messi in campo.
Come accennavo, l’altro aspetto molto fascinoso è proprio la maniacale perfezione dei dettagli. Ogni nome, ogni ruolo, ogni stemma araldico, ogni relazione, ogni frammento di Westeros (questo è il nome del continente principale) trasuda consapevolezza storica. Martin riesce a convincerci, e lo fa con armonie narrative da storico navigato, che davvero non vi è nulla che non sia stato pensato: tutto è  in grado di dare il suo contributo al mosaico narrativo, ogni singolo elemento ha una storia, un motivo, una discendenza.
Questo, in ultima analisi, è il grande pregio e a tratti il grande difetto de le ‘Cronache’ ed è anche il motivo principale per il quale invito chiunque ammiri le  ambientazioni complesse a dedicare un po’ di tempo a questa saga.
Riprendendo l’apertura di questo breve invito, ‘Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco’ non sono una lettura facile. I tanti nomi, gli eventi diluiti nel punto di vista dei personaggi, la freddezza con la quale Martin stesso gestisce i suoi personaggi tenendo sempre bene presente che, nell’economia di una storia con le caratteristiche che lui stesso ha delineato (bene e male, entità concettuali), nessuno è intoccabile, complicano ancora di più la lettura.
Il rischio che corre il lettore è di disinnamorarsi prematuramente dell’ambientazione proprio a causa della caratteristiche che la rendono, a mio avviso, più che meritevole di una attenda esplorazione.  Il rischio che corre Martin è di innamorarsi troppo della sua ambientazione dimenticando proprio le cose che hanno reso grande, fino a questo momento, la sua creatura.
L’equilibrio tra la pienezza letteraria de ‘Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco’ e questi due fattori è il metro con il quale misurare il valore della saga.

In lavorazione c’è anche la serie televisiva, che promette di essere qualcosa di molto interessante, ma di questo parleremo meglio in seguito. Intanto, se volete notizie in merito fate un salto su Yavin 4.