Jaume Balaguerò

Recensioni – ‘Sinister’ di Scott Derrickson

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Finalmente, e lo dico forte e chiaro FINALMENTE, un regista americano raccoglie e ripropone quello che in Europa (soprattutto in Spagna) si fa da più di un decennio: un horror coraggioso, che non ha paura di osare. Che si scrolla di dosso la ruggine.

RF – ‘The Tall Man’ di Pascal Laugier

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VOTO:★★★★☆

Da un bel po’ di anni a questa parte la convinzione che il Vecchio Continente sia la vera, nuova, fucina dell’horror moderno prende sempre più consistenza e ho perciò cercato di tracciare un minimo di profilo psicologico dei nuovi autori horror europei in un pezzo, su questo sito, qualche anno fa. Lo potete trovare qui.

RF – ‘BedTime’ di Jaume Balaguerò

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Che io abbia un debole per il regista catalano, lo si può dedurre leggendo questo mio vecchio articolo di qualche tempo fa. Ma, fino a questo momento, mi ero innamorato soprattutto del suo modo coraggioso e personale di interpretare, in particolare, l’horror.
Bedtime, sgombriamo il campo da fraintendimenti, non è un film horror. Ammetto che, entrato in sala, non sapevo praticamente nulla della pellicola. Da qualche parte avevo letto si potesse trattare di un film horror sull’uomo nero (e subito un terrore atavico si era impadronito di me ricordando con sgomento il vecchio ‘Boogeyman‘ (2005) e tutti i suoi sfortunatissimi seguiti), ma avevo pochissime informazioni. Immaginavo potesse essere anche una sorta di ‘Paranormal Activity‘ (2007), e in quel caso la curiosità di vedere l’interpretazione sicuramente molto personale del regista mi affascinava. Insomma, ero pronto a farmi stupire ancora una volta da Balaguerò, ma non ero pronto a un thriller così velenoso e subdolo.
Due parole sulla trama: in un condominio di Barcellona lavora un sinistro portiere il quale, affetto da una infelicità cronica e immotivata, tenta in tutti i modi di riscattare la sua depressione gioendo delle infelicità altrui e impegnando sé stesso per fare in modo che gli altri, infelici, lo diventino. Prende di mira molti inquilini ma in particolare una ragazza, giovane e solare, che diventa a tutti gli effetti la sua nemesi spingendolo in territori oscuri e malvagi dove, parole sue, non si era mai spinto prima (mi limito ad aggiungere che, da bravo portiere, possiede le chiavi di tutti gli appartamenti). Il concetto di fondo è insinuare nello spettatore una paura strisciante di qualcosa che può colpirci nel luogo sicuro e intimo per eccellenza: la camera da letto. In questo, ma solo in questo, c’è qualche somiglianza con Paranormal Activity.
Ebbene Balaguerò confeziona, anche grazie a una regia e una sceneggiatura che ammicca, inganna, ci porta fuori strada e poi ci colpisce con una forza portentosa, una pellicola densa e disturbante. E come in tutti i suoi film assistiamo a una spirale vorticosa sia nell’abisso dell’uomo che da un punto di vista di tensione narrativa ma non in quanto ad azione o ritmo serrato (come accadeva in Darkness, REC, e Fragile), bensì dal punto di vista della violenza mentale a cui siamo sottoposti. E’ un film che non mette paura ma scava durante e dopo la visione, tanto che anche il solo raccontarlo porta alla mente una serie di inquietudini forti e difficilmente liquidabili con una scrollata di spalle (pregio e difetto di moti horror).
Come è suo uso e costume consolidato, seppure in modo differente dal solito, anche in ‘BedTime’ coinvolge la figura del bambino e dell’infanzia in due modi molto diversi: sia illustrandone l’ingenua crudeltà a tal punto da farci persino risultare simpatico il diabolico protagonista impegnato nell’affrontare la tipica cattiveria infantile, sia utilizzandoli in un colpo di scena magistrale come catalizzatori di perdizione e sofferenza (questo molto più simile alle sue interpretazioni passate). La trama, le motivazioni, lo svolgimento e anche le parole del terribile protagonista non possono passare inosservate e sono portatrici di una forza maligna che solo nel ‘Martyrs‘ (2008) di Pascal Laugier avevo trovato.
Qualche difetto, purtroppo, lo si trova. Soffermandosi ad analizzare la trama in dettaglio forse alcune sbavature ci sono, anche se si tratta di leggerezze che possono tranquillamente trovare una motivazione logica e che si dimenticano in fretta.
La forza di ‘Bedtime’ è proprio nella sua logica, nei piccoli inganni a cui il regista ci abitua, e nelle rivelazioni che ne conseguono: la nostra mente cerca, durante la pellicola, di non affondare con la malvagità del protagonista e complice la regia di Balaguerò resta a galla ignorandola o dandosi risposte di comodo. Poi, però, è costretta a un risveglio durissimo e sconvolgente. Proprio come la protagonista.

La parabola dell’horror

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Questa analisi è stata pubblicata integralmente sul numero 29 del Living Force, fanzine del Fan Club Yavin 4, di cui sono stato Presidente e di cui sono orgoglioso membro.

Il genere horror ha radici molto profonde nella cultura cinematografica mondiale e, nella sua forma più ingenua e genuina, vede l’alba già alla fine del milleottocento sottoforma di cortometraggi, per così dire, d’autore.
La sua evoluzione ha poi preso vie complesse a volte diramandosi in generi e sottogeneri differenti ma più spesso rimanendo fedele a quella che sarebbe la sua identità originaria: un horror deve suscitare emozioni di angoscia e paura e nel farlo deve coinvolgere eventi di portata sovrannaturale (sotto forma di demoni, mostri, fantasmi).
Proprio partendo da questa considerazione di base ho sempre pensato la storia del cinema horror come un viaggio destinato a suddividersi in tre differenti Ere, caratterizzate da elementi ricorrenti e soprattutto da una sapiente produzione hollywoodiana.
Solo, come vedrete, all’alba della terza Era, le cose hanno iniziato a cambiare.
La prima Era, targata quasi in tutto e per tutto con l’effige britannica “Hammer”, si conclude alla fine degli anni settanta, con l’ultima fatica della mitologica (e mitica) casa di produzione tra i cui pupilli spiccavano Christopher Lee e Peter Cushing. Siamo a un horror di stile e curato. I primi approcci maturi al genere forse, ma di sicuro qualcosa che, per successo e per quantità, ha dato lustro a questo tipo di cinema. La maggior parte delle produzioni di questo lungo, lunghissimo periodo si rifanno ai classici horror letterari e li estendono in molte direzioni sconfinando persino nel cinema sperimentale di registi come James Whale.
Due principali titoli, destinati a diventare veri e propri capisaldi del genere, si discostano dal panorama ‘classico’ dell’horror d’autore di questa epoca. Due titoli che catalizzeranno a distanzia le forze destinate, trent’anni dopo, a esprimersi nella loro pienezza. “L’Esorcista” di William Friedkin (1973) e “L’alba del morti viventi” di George A. Romero (1978): per la prima volta abbiamo bambini e adolescenti come veicoli di un male in grado di colpire gli adulti.
La seconda Era non raccoglie il pesante testimone della Hammer, dei Dracula romanzati e romanzeschi, dei Frankenstein nobili e carismatici ma esplora, in un modo del tutto particolare, orizzonti differenti dell’horror. A partire dalla fine degli anni settanta fino alla fine degli anni novanta diventa chiaro quali saranno i nuovi idoli del terrore.
Il ragazzo-zombie immortale e assetato di sangue, in cerca di vendetta o semplicemente impegnato nell’assassinio di chiunque gli capiti a tiro fa la sua prima, seriale, comparsa con “Halloween” di John Carpenter (1978). Un pioniere, un precursore di una vastissima filmografia sul genere. A tappe serrate, nei sei anni successivi, prendono vita altre icone di questo nuovo horror sanguinario e la loro ingombrante figura terrà compagnia agli appassionati per gli anni a venire monopolizzando, sotto certi aspetti, la creatività e la produzione d’elite di questo genere.
Un’Era, questa seconda, destinata perciò a non chiudersi mai completamente ma a decadere in seguiti che hanno della creatività originale solo lo stesso titolo relegandosi spesso nell’horror/commedia, o a perdersi in cerca di buffi espedienti per rinverdire personaggi di un’altra epoca. Con il remake di “Halloween” firmato da Rob Zombie (2008) si aprono le danze preparando il terreno ad altri rifacimenti(“Venerdì 13” e “Nightmare“); una pratica allarmante che indica la crisi holliwoodiana di cultura horror.

Hollywood perciò si dedica a film di basso o nullo profilo, il cui scopo si perde del tutto.
Per alcuni registi l’horror diventa una sorta di sperimentazione di regia o di intenti che spesso attinge da produzioni orientali. Un rogo al quale immolare capacità e talento producendo qualcosa che, dotato di una nicchia solida e irriducibile di appassionati, ha un minimo di incasso garantito.
Per altri invece, la faccenda è ben differente.
In questo contesto si identifica la nascita di una terza Era che spodesta gli Stati Uniti di uno scettro armai abusato. Le prime avvisaglie di uno sdoganarsi dallo stereotipo dell’horror/commedia di dominio americano iniziano nel 1997 quando il trentatreenne Guillermo Del Toro, messicano ma con forti legami iberici, lancia la sua prima vera produzione internazionale: “Mimic”. A ruota viene seguito da Jaume Balaguerò, regista catalano che nel 1999 e senza saperlo dà vita a un nuovo filone di horror concettuale con “Nameless”. Come isole in mezzo all’oceano (forse proprio l’Atlantico che separa il Vecchio Continente dagli USA) emergono nuovi registi. Il giovanissimo Alexander Aja, parigino, che a soli venticinque anni dà una bella prova con “Alta Tensione” e l’inglese Neil Marshall che con “The Descent” mette insieme stereotipi horror con emozioni e storie vere e proprie di personaggi che non sono solo vittime sacrificate al mostro di turno. Ma il triangolo aperto da Del Toro e Balaguerò si chiude, a mio avviso, con Juan Antonio Bayona, catalano (sarà un caso?) e al battesimo del fuoco con “The Orphanange”. Cosa è cambiato nell’horror post-Hollywood (o meglio dire anti-Hollywood)? Ho scelto questi tre registi, Del Toro, Balaguerò e Bayona, perché rappresentano un vero e proprio filone, una vera e propria filosofia con temi ricorrenti molto chiari e con una voglia di portare (o riportare) l’horror più vicino a un mainstream piuttosto che a pellicole comunque di concetto.
Un denominatore comune unisce a doppio filo i tre registi: i bambini. Una ripresa di tematiche affrontate in passato.
L’avvio di questa “passione”, della volontà antitetica di contrapporre il male all’innocenza già è evidente nel primo film di Del Toro. Il concetto, poi esteso ed espresso in modo ancora più potente dai due più giovani registi, è questo: il male assoluto può essere fatto attraverso o con la catalisi dei bambini. E’ una contrapposizione semplice e immediata ma non per questo meno forte. Chi non sacrificherebbe ogni cosa per il bene delle creature più innocenti che ci è dato immaginare? Quale male può essere più terribile di quello che passa attraverso i bambini o per colpire o per scuotere gli adulti? Concetti semplici ma poliedrici. Un bambino ha con se un insieme di emozioni ed emotività molto vasto. L’amicizia, l’amore dei genitori, l’istintivo desiderio di protezione, la purezza. E, tra le altre cose, la consueta normalità che la sua presenza trasmette, per esempio, in un contesto famigliare. Quale dolore più grande del perdere un figlio? Quale peggiore accadimento se non quello di stravolgere l’ordine naturale delle cose nell’assistere, appunto, alla morte del figlio?
“Mimic” (1997) dimostra, già nella cura di atmosfere e titoli iniziali, che vuole in qualche modo fare la differenza rispetto ai polpettoni senza spina dorsale che ammorbano gli scaffali delle videoteche. E qui la tematica della catalisi di cui sopra è motore iniziale del film: un’epidemia trasmessa dagli scarafaggi sta uccidendo tutti i bambini di Manhattan. Perciò i bambini sono in pericolo. La scena d’apertura del film, un sanatorio molto gigeriano con decine di letti occupati da piccoli morenti è potente. La reazione dell’uomo adulto è semplice: fare qualsiasi cosa per salvare i piccoli. Ecco allora che un’entomologa stravolge l’ordine naturale delle cose liberando uno scarafaggio modificato geneticamente in grado di secernere un potente veleno, destinato a uccidere gli insetti portatori del virus.
Perciò l’uomo piega la natura perché sono in pericolo i bambini. E questo scatenerà un male enorme, ben peggiore, in potenza, di una semplice epidemia.
Del Toro utilizza ancora i bambini ne “La Spina del Diavolo” e ne “Il Labirinto del Fauno”. Ogni volta il contrasto tra l’innocenza propria della fanciullezza e il male è presente. Nel Labirinto del Fauno l’epilogo è assoluto e inedito, più coraggioso ancora che in Mimic. La morte della bambina protagonista frantuma in poche scene uno degli stereotipi noiosi e pavidi dell’hollywood horror: i bambini non si devono toccare, in un modo o nell’altro sono eroi da preservare contro la logica narrativa. Non è così per nostri nuovi registi. Sono causa, tramite e vittime del male.
Questo concetto, questo intento, è magistralmente amplificato da Balaguerò. In modo timido con “Namless” (1999) dove una setta che persegue la ricerca del male assoluto lo raggiunge facendo sì che una figlia, dopo essere sparita per più di cinque anni e dopo essere riapparsa e infine trovata, si uccida davanti alla madre. Un messaggio potentissimo che in colpo solo ci sbatte davanti la potenza dell’amore materno (motore dell’interno film), la crudeltà della perdita e l’amplificazione del male se commesso da una creatura innocente.
In “Darkness” (2002) lo troviamo esteso nella più genuina tradizione di un horror più negli schemi: un rito prevede che i bambini vengano uccisi dai genitori per permettere la nascita dell’oscurità. Perciò, il più grande male può nascere solo attraverso il sacrificio dei bambini, uccisi da chi li ama. E qui Balaguerò precorre, involontariamente, Del Toro. Davanti a necessità narrative e di trama, non ci sono sconti. Nella sua tela horror, i bambini non hanno comunque scampo.
“Fragile” (2005) segue le stesse orme, seppure con passi di lato. L’amore di un adulto per i bambini, che diventa morboso come solo l’attaccamento di una creatura corrotta a qualcosa di puro come un fanciullo malato può essere, è il motore del film. Ancora lo stesso legame, rafforzato dalla malattia che colpisce i piccoli protagonisti del film, che si lega in qualche modo a Mimic, ma che questa volta scatena il male non nel tentativo di salvare loro la vita, ma nell’egoismo contorto e malvagio di un adulto. Il solo concetto che un’infermiera, per non allontanarsi dai bambini malati dei quali si prende cura, infligga loro dolore e ferite in modo da tenerli a se, è tremendo. E’ horror per la sua incursione nel mondo degli spiriti, ma le basi, i principi, i sentimenti salgono molto più in alto.
Ultimo, ma solo in termini temporali, Bayona con il suo “The Orphanage” (2007). Bayona può vantare tra i suoi produttori proprio Del Toro perciò una deriva sulle tematiche trattate dal regista messicano c’è, e non è una scoperta di cui vantarsi. In questa pellicola troviamo molte delle tematiche sopra sviscerate. Abbiamo il bambino malato, orfano come la protagonista che lo adotta. Abbiamo l’amore di questa madre. Abbiamo il puro e immacolato sadismo crudele dei bambini nei confronti del compagno deforme, che per uno scherzo ne causano la morte. Abbiamo l’odio corrotto e inossidabile della madre di questo bambino deforme che uccide i responsabili dello scherzo fatale. E, a chiudere il cerchio, abbiamo la protagonista che si toglie la vita quando si scopre causa della fatalità che ha ucciso il suo figlio adottivo. Un cerchio tremendo in cui si intersecano la pura crudeltà che solo i bambini, scevri dai preconcetti dell’uomo adulto, possono infliggere, l’amore di una madre e l’odio di una madre. E in questa girandola collaudata e sapiente di emotività e horror, i bambini che sono causa e vittime delle emozioni dei grandi.

Tirando le fila del discorso, con questi tre registi simbolici (ve ne sono altri, per esempio il cileno Amenabar di “The Others”, 2001 o il più recente e disturbante “Martyrs”, 2008 di Pascal Laugier) credo sia stato varato e consolidato un nuovo modo di fare horror. Un horror che abbandona e si distacca dal lungo tramonto dei remake da Seconda Era peggiori degli originali. Un horror che raccoglie emozioni e regia nuove. Un horror incentrato sulla creazione di atmosfere che attingono al vasto pozzo emotivo dei protagonisti (non più inutili sacche di sangue da massacrare, ci tengo a ripeterlo) e che poi accelera nella dissolvenza finale con picchi di tensione e con una capacità del suo mantenimento decisamente rara. Un horror che, lontano dalle influenze di Hollywood, credo proprio possa (e a mio parare già lo sta facendo) risollevare le sorti del suo genere.

Jaume Balaguerò, maestro catalano dell’horror

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Da un po’ da tempo a questa parte, e nei prossimi mesi ne troverete sempre più traccia su questo sito, mi vado convincendo che il cinema horror sta subendo un’interessante evoluzione. Rimando un’analisi dettagliata a uno dei prossimi pezzi, per il momento vorrei presentarvi, se già non lo conoscente, un rappresentante della nuova schiera di registi horror.

Tra una sangria, un po’ di crema catalana e qualche assaggio di paella incontriamo Jaume Balaguerò, classe 1968, nato a Lleida.
Qualche corto, un documentario e poi al suo arco, come frecce, tre pellicole horror: nell’ordine Nameless (1999), Darkness(2002) e Fragile(2005). Poi, in quella che si può definire ‘seconda fase artistica’ la coppia [Rec] (2007) e [Rec] 2 (2009) prima di un cambio di genere con il prossimo ‘Sleep Tight’.
Chiariamoci subito le idee. L’horror di Balaguerò non è un horror facile. E per quanto le storie dei film siano differenti ci sono evidenti fili conduttori delle sue trame, soprattutto per quanto riguarda i primi tre film (ma, come vedremo, con alcuni richiami anche in [Rec] e [Rec] 2).
Primo di tutti, il male e la sua ricerca. E in seconda battuta, in netta antitesi con questo, i bambini. Un’interazione molto particolare tra la materia più oscura dell’animo umano e quella che invece illumina il meglio di noi. E il mescolarsi delle due cose: una diventa catalizzatore dell’altra. Percorso indispensabile per il raggiungimento del male, quindi, è che sia attraverso i bambini.
Questa dicotomia quasi filosofico/horrorifica è sempre presente nei suoi film, ma va via via scemando tra un titolo e l’altro, mantenendo i due elementi ma mescolandoli in modo un po’ differente.

Nameless, dei tre, è il titolo decisamente più difficile. La trama ruota intorno al ritrovamento del corpo mutilato di una bambina di cinque anni, riconosciuto come il corpo della figlia di Claudia, la protagonista del film.
Cinque anni dopo Claudia, ormai divorziata, riceve una telefonata da quella che le sembra la figlia: ingaggia perciò un detective insieme al quale avvia le indagini per ritrovarla. Il film ci conduce, attraverso un crescendo di atmosfera che però non si fa mai tesa come nella consueta tradizione horror, tra le pieghe di un male nascosto. Entra in gioco una setta misteriosa il cui scopo è il raggiungimento del ‘male assoluto’. Memorabile il confronto tra Claudia e Santorini, guru spirituale ora incarcerato di questo gruppo dedito al male. Il cast, pur non essendo composto da grossi nomi, è stupendamente reale. Via via siamo accompagnati in questa oscura realtà dentro la realtà dove la determinazione della madre cerca di fare luce.
E il finale, nella sua genialità, sorprende.
Avvertenza per i lettori, lo sto per spoilerare in maniera spietata.
La madre, nelle sue ricerche, incontra finalmente la figlia. Le due si trovano e si abbracciano dopo cinque anni di separazione.
Ma la figlia divenuta in tutto quel tempo, tra torture e indottrinamenti mentali, lo scopo della setta decide di togliersi la vita davanti alla madre.
Il male assoluto, quindi, è un figlio che si uccide davanti al genitore dopo aver riacceso una speranza creduta morta per cinque anni.
Come si diceva, il male viene raggiungo tramite le creature più innocenti. E gli adulti, in tutto questo, sono strumenti (e vittime) del male per far si che questo, nel suo flusso distruttivo, travolga e si potenzi attraverso i bambini.

Darkness arriva dopo tre anni. Le tematiche si semplificano un po’, la costruzione del film si allinea di più agli standard dell’horror, ma lo scheletro, il bene e il male, non cambia.
Qui l’impianto è più canonico. Una famiglia arriva in una casa di provincia che si rivela essere posseduta, in qualche forma, da qualcosa di malvagio. Un rituale, compiuto molti anni prima da una setta che di nuovo adora il male assoluto, l’oscurità, è coinvolto negli strani eventi della casa. Eventi che hanno a che fare con il figlio di questa famiglia, e con altri ‘bambini ombre’ che, violentemente, vogliono rivelare qualche segreto.
La cosa che sorprende è la capacità di Balaguerò di creare atmosfera pur senza mostrarci nulla. Ci sono, certamente, le ‘solite’ scene di ombre che si muovo all’improvviso. Ma l’introspezione dei personaggi, il lavoro sui loro comportamenti, e l’incastro con fotografia, trame e interazioni fanno sì che tutto contribuisca a un crescendo costante e calcolato di tensione.
Non vi parlerò del finale di questa pellicola, perché sarebbe un delitto. Certo è che, come nei racconti di Poe, tutto accelera vertiginosamente. E questo è un grande pregio. La preparazione di ciò che verrà, con alcune anticipazioni, occupa due terzi del film. Ma sul finale, Balaguerò, preme sull’acceleratore senza più calare.
Anche qui il cast appare azzeccato. Anna Paquin (Rouge degli X-Men per intenderci) è ben più brava che nell’ultimo X-Men – Conflitto Finale e la presenza di Giancarlo Giannini, evidentemente amante dell’horror (chi se lo ricorda in Mimic?), è spettacolare.
Di nuovo, ma non vi anticipo troppo, il male è un obbiettivo degli adulti, raggiungibile solo attraverso i bambini. Quasi che la loro purezza sia necessaria a questo viaggio.

Fragile arriva, nemmeno a farlo apposta, dopo altre 3 anni. Forse una sorta di trilogia sul male di lucasiana memoria. E di nuovo il filo conduttore molto evidente nei primi due film sembra assottigliarsi fino quasi a scomparire, in questo Fragile.
Dal mio punto di vista questa pellicola è molto più un esercizio di atmosfera che i suoi due predecessori.
La storia si snoda intorno a un ospedale nel quale sono ricoverati anche molti bambini con problemi di salute molto complessi e nel quale si sono verificati strani incidenti proprio ai piccoli pazienti.
Calista ‘Ally McBeal’ Flockhart è la nuova infermiera assegnata a sostituire una dimissionaria. Ben presto si troverà ad affrontare qualcosa di terribile che, per motivi che diventano evidenti con il proseguire della trama, ha origini occulte e metafisiche. Una sorta di forza maligna, questa volta molto più concreta del ‘male’ di Nameess e dell’oscurità di Darkness, che ha un legame con i bambini dell’ospedale.
Anche qui, non entrerò nel dettaglio del finale perché sarei un criminale e perché, a differenza di Nameless, non è condizione necessaria (soprattutto avendo a mente i suoi predecessori) per capire i meccanismi del film.
Questo film ha ricevuto, su imdb, un punteggio superiore agli altri due proprio perché secondo me, per certi versi, si allinea maggiormente ai canoni dell’horror.
Ma di nuovo, senza ricorrere troppo spesso all’effetto ‘gatto lanciato in scena’ per far saltare sulla poltroncina lo spettatore (se avete visto ‘Al calar delle tenebre’ sapete a cosa mi riferisco), c’è tutta un’opera di sapiente creazione d’atmosfera. Attraverso le debolezze dei protagonisti e il muovere le pedine della narrazione nelle giuste direzioni. E anche qui, di nuovo, un finale in crescendo costante che tiene alta la tensione.
Ancora, comunque, i bambini come indispensabile ricetta per permettere al male rinnovarsi. E di nuovo gli adulti che, traviati da questa purezza, si fanno carico di ospitare il male stesso.

[Rec] e, di riflesso [Rec] 2, a mio avviso questo secondo il suo film peggiore, fanno qualche altro passo di lato sacrificando la tematica portante di cui abbiamo parlato in favore di una regia più elaborata. L’esperimento di telecamera a spalla, la cui efficacia era già stata sperimenta nel riuscito a tre quarti ‘The Blair Witch Project‘, viene qui perfezionato e la trama vittima del sacrificio proprio in favore di una regia molto ‘emotiva’ e dinamica, rispetto ai precedenti film.
Eppure il principio secondo il quale il male viene veicolato attraverso i bambini, seppure in modo più sottile e meno evidente, è presente anche qui. Il presunto virus, che si rivela essere poi qualcosa di ibrido tra la medicina e il misticismo, viene comunque incubato all’interno di un corpo bambino prima, adolescente poi. Fino a diventare l’incarnazione del male, in versione adulta. Perciò, anche qui, lo stesso male viene catalizzato dalla permanenza all’interno di una bambina fino a sbocciare, in una maturazione perversa, nel contagioso virus di cui l’adulto è portatore. Qui diventa più interessante, appunto, la regia e la scelta di mescolare religione a scienza, nella veste di un prete scienziato che tenta l’approccio medico all’esorcismo.
Del seguito non voglio parlare molto. Caduto nella lusinga commerciale, Balaguerò si perde nel tentativo di arricchire una trama che già di per sé era completa. E come spesso accade, il risultato non è per niente all’altezza del precedente capitolo. Non solo, non aggiunge nulla.

Balaguerò quindi ha preso gli standard degli horror moderni e li ha plasmati su quello che conosce e che capisce. I personaggi hanno tutti storie da raccontare che li rendono adatti a potenziare gli eventi dei quali si trovano vittime (o artefici in certi casi).
C’è anche la capacità di sorprendere, con ingegno narrativo, lo spettatore. Non è facile pensare a una storia horror originale, almeno per quelli che di horror ne masticano un po’.
Ma il fatto che gli uomini, nei film di Balaguerò, siano sempre dirette cause e conseguenze del male rende le storie di questo regista molto interessanti. Perché non c’è un mostro senza nome da combattere. Non c’è una creatura demoniaca e nemmeno un alieno.
Ci siamo noi, solamente, che indichiamo la via per raggiungerci all’oscurità. E in certi casi che apriamo porte del nostro io, come in Namless, destinate a rimanere chiuse.
Ma che sono la strada per cose ben peggiori di qualsiasi creatura della notte.