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RF – ‘The Master’ di Paul T. Anderson

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Paul Thomas Anderson non è uno di quei registi da una pellicola all’anno (da non confondersi con Paul W.S. Anderson che si dedica a generi leggermente differenti, vedi Resident Evil).
E’ un regista moltro introspettivo, capace di attingere a pieni mani dall’inesauribile pozzo emotivo che è l’animo umano, e in grado di confezionare un veri e propri capolavori tra i quali ne ricordo uno sopra tutti: Magnolia (1999). Anche per questo che non è così prolifico: ogni volta che si mette dietro la macchina da presa, vista la maniacale perfezione che ne caratterizza il lavoro, deve per forza uscirne prosciugato.

Recensioni – ‘La versione di Barney’ di Richard J. Lewis

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La Versione di Barney

E’ sempre difficile giudicare un film che alle spalle ha un grande libro senza cadere nella trappola (temo inevitabile) del confronto tra la versione di celluloide con quella, originale, cartacea. Ma, in un modo o nell’altro, proveremo a farlo.
Richard J. Lewis non è uno di quei nomi che viene spontaneo associare a qualche film di successo e, in effetti, se diamo una scorsa al suo curriculm ci si trova davanti un solido mestierante che dal 1988 si fa la ossa con serie TV (alcune di tutto rispetto come CSI) e rarissimi lungometraggi, sempre per il mercato televisivo.
Eppure, opinione che sto iniziando a maturare grazie a riscontri come questo, un regista non brillante, con un ottimo materiale di partenza, può essere la scelta vincente. Perchè consapevole dei propri limiti, si ritaglia un ruolo marginale nell’interpretazione del testo primigenio e si limita ad adattarlo alle esigenze cinematografiche.
E’ questo il caso de ‘La Versione di Barney’. Il romanzo di Mordecai Richler meriterebbe una recensione a parte (e magari, se vi va, la potete recuperare sul mio Anobii, qui accanto) perciò mi limiterò a dire che si tratta di un difficilissimo capolavoro, le cui caratteristiche peculiari non sono per nulla adatte ai tempi compressi del cinema.

Eppure la pellicola funziona, eccome. Perchè? In primo luogo tutto il cast, nessun personaggio escluso, funziona alla grande (forse complici esperti e navigati addetti al casting). Paul Giamatti, il cui talento è indiscusso, qui si impegna in una performance di altissimo livello e lo seguono, passo passo, Dustin Hoffman nel ruolo di Izzy Panfosky la cui caratura ha portato il regista ad allargare un po’ il ruolo che originariamente aveva il suo personaggio nel libro.
Come dicevo, il film funziona. Caustico al punto a giusto, commovente, equilibrato fa proprio della capacità degli attori il suo elemento vincente senza mai forzare la mano nella narrazione. La storia scivola via in modo vivace e fluido, senza strappi, e già questo è un bel risultato per un film che, comunque, ha la sua complessità. I personaggi vengono inquadrati molto rapidamente in tutte le loro caratteristiche e anche questo è un merito di cui bisognare dare atto al regista che, avendo a disposizione un tempo limitato, riesce comunque a non darci la sensazione di essersi perso qualcosa.

Due soli nei. Il primo riguarda un cambio di ambientazione che critico non tanto per il passo di lato rispetto al romanzo, quanto perchè in effetti indebolisce un po’ il senso di alcune sottotrame. Spostare gli anni del giovane Barney da Parigi a Roma è una scelta piuttosto azzardata e infelice (poco ha a che fare Roma con l’atmosfera da bohémien dei ventenni Boogie, Terry McIver, Leo e così via) che mi spiego solo come forzatura da parte della produzione (Domenico Procacci). Per quanto vedere Massimo Wertmuller, anche se per pochi minuti, non mi è disipiaciuto.

Il secondo non è colpa del regista e, a mio parere, non poteva essere evitato. E’ un’inevitabile senso di perdita che ti accompagna per tutto il film. Ogni fotogramma, ogni ambientazione, ogni scorcio di paesaggio che vediamo è troppo silenzioso. Mi veniva spontaneo sentire la mancanza della voce di Barney che, nelle pagine del romanzo, ci accompagna in ogni fotogramma, ogni ambientazione, ogni scorcio di paesaggio con la sua sconclusionata ricostruzione dei fatti. Per l’appunto, ‘La Versione di Barney’.

Recensioni – ‘Hereafter’ di Clint Eastwood

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Imdb - Hereafter

E alla fine anche lo Zio Clint ha deciso di incrociare i guantoni con qualcosa che, seppure in modo molto particolare, sconfina nel sovrannaturale. Va da sé che, entrando in un terreno a me ben congeniale, non mi lascio sfuggire la possibilità di dire la mia su questo ‘Aldilà’. (cliccate sull’immagine per accedere alla scheda dettagliata del film)
Come suggerisce il titolo ci sono, a mio avviso, due macro-strutture da discutere: Here and After, di qua e di là.

HERE:

Se con questa metà del film intendiamo tutto quello che si svolge sul normale binario narrativo, io dico che si tratta di un percorso riuscito a metà. Clint, da navigato regista e solo apparentemente ruvido narratore, fa qualche scelta di comodo per garantire un carico emotivo costante a tutto il film. Percorre la via più facile mettendo in campo storie commoventi e scevre da elementi che potrebbero renderne antipatici i protagonisti: si avvale insomma di qualche luogo comune.
I due gemelli (Frankie e  George McLaren) con la madre tossicodipendente ma che li ama e che per loro cerca di curarsi. Complici tra loro e forti l’uno dell’altro.
Il sensitivo buono (Matt Damon) che non vuole sfruttare le sue capacità per arricchirsi ma che cerca solo la serenità.
La giornalista d’assalto (Cécile de France, straordinaria la sua prova in ‘Alta Tensione‘) che, travolta da un evento drammatico, riscopre e ricerca una nuova sensibilità.
Tutti personaggi per i quali è impossibile non provare immediata simpatia. Tutti personaggi costellati, in modo sapiente, da comprimari che esaltano al pieno le loro caratteristiche (gli assistenti sociali, il fratello interessato al lucro sui poteri medianici, il collega cinico e arrivista).

AFTER:

Qui lo Zio Clint centra il bersaglio in modo più convinto. Il suo ‘Hereafter’ si spoglia di qualsiasi valenza prettamente religiosa e ci viene incontro, mostrando non tanto una trattazione più o meno scientifica del ‘dopo morte’ quanto dandocene una vaga idea e concentrandosi poi con le interazioni tra l’HERE e l’AFTER.
Il messaggio del film, è sostanzialmente positivo: a contatto con la morte e con frammenti di aldilà, le persone seguono un percorso che li porta a una sorta di miglioramento interiore.
Il gemello, rimasto solo, alla fine arriva a definirsi e diventare quello che non era mai stato. Si completa, con l’aiuto del sensitivo, ma si completa. Non solo: la madre trova nell’estremo lutto la forza di curarsi e il messaggio di speranza, appunto, è molto forte.
La giornalista, a sua volta, abbandona il facile sentiero che stava percorrendo e imbocca una via più complicata in apparenza, ma che la porterà proprio a incontrare il sensitivo in un gioco di coincidenze sul quale, merito di Clint, non ci interroghiamo nemmeno tanto.

INTERAZIONI:

Ci sono momenti in cui i due blocchi tematici, sia da un punto di vista concettuale sia da un punto di vista filmico, si incrociano.
Così quando il sensitivo prova a costruire un rapporto con una persona (la bravissima Bryce Dallas Howard) che non è stata sfiorata dalla morte, ecco che l’incompatibilità del suo potere con il mondo normale emerge. E’ una bella sequenza, nella quale si percepisce a pieno come e perchè lui viva in piena solitudine. Il miraggio di una ritrovata normalità si infrange con questo duro colpo e con la perdita del lavoro.
Inizia il  viaggio che lo porterà, forse guidato proprio da ‘Hereafter’ con il quale è in contatto, a incrociare la giornalista. L’immagine che vede di lei, sfiorandola, non rivela nulla del suo passato. Con lei il contatto non conduce a persone care defunte, che possono svelare segreti e infrangere il normale equilibrio di un rapporto che sta per costruirsi. In lei l’esperienza che l’ha condotta all’aldilà, seppure brevemente, funziona da schermo e sembra bloccare i poteri del sensitivo. Solo con lei, quindi, lui potrà ritrovare una normalità che non ha mai avuto.
Ed ecco creata la congiunzione tra HERE e AFTER.

RISCHI NARRATIVI:

Clint si spinge un po’ oltre con una, a mio avviso piuttosto grossolana, caduta di stile. L’interazione tra l’aldilà e il mondo dei vivi era stata totalmente affidata al sensitivo e questo aveva un senso profondo, oltre che motivare solitudine del personaggio. Quando lo spirito del gemello agisce fisicamente nel mondo reale, salvando il fratello dall’esplosione in metropolitana, ecco che Clint socchiude un vaso di Pandora un po’ troppo rischioso. La scena, di per sé poco utile nell’economia della trama, scatena un po’ troppi interrogativi.
Perchè se gli spiriti possono interagire così hanno bisogno di un sensitivo per parlare con i loro cari?
Domanda pericolosa, che era meglio tenere in un cassetto.

CONCLUSIONE:

‘Hereafter’ non è indimenticabile. E’ una prova interessante. E’ un film trasversale rispetto a molte tematiche che tratta e per questo, alla fine, rischia di essere un po’ troppo autoreferenziale rispetto le paure e le speranze del regista. Ha spunti intelligenti ma nel complesso, forse, il paranormale normalizzato non è proprio la forza di Zio Clint.
Come dicevo però, l’astuto rivolgersi a qualche luogo comune e un cast convincente, fanno sì che nel complesso valga la pena di vederlo.

Racconto – Punti di vista

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Questo racconto è stato pubblicato su una piccola antologia. Esperimento di narrazione breve, brevissima.

Punti di vista

Qualcosa doveva essere andato storto.
Non per l’attacco in se, era stato tutto meno che una sorpresa visto che conoscevano i piani del nemico già da molto tempo.
“Siamo pronti a riceverli, sire” erano state le ultime  parole di un Cavaliere incaricato a guardia personale del Re. Le ultime prima che morisse in uno dei modi più stupidi che fosse dato immaginare.
‘Forse è stato un errore’ pensò l’anziano sovrano mentre intorno a lui infuriava ancora quella catastrofica battaglia ‘Ho lasciato che entrassero tutti a palazzo, convinto di poterli schiacciare. Invece la mia astuzia mi si è rivoltata contro’.
Poco meno di un’ora prima la vittoria gli era parsa a portata di mano: nulla a che fare con la disfatta che lo stava travolgendo.
Una fortissimo clangore metallico strappò il Re dai suoi cupi rimorsi. Il mastodontico guerriero che era rimasto tutto quel tempo alla sua destra, apparentemente addormentato, scattò in avanti finendo per intercettare il crociato nemico. Uno spietato duello venne ingaggiato a poco più di un metro dal Re, che sorrise cupamente.
Ma il ghigno da lupo che si era dipinto sul suo volto si tramutò in una maschera di dolore quando, per la terza volta in pochi minuti, lo sguardo del sovrano si posò sul corpo senza vita della Regina. La morte della giovane aveva segnato l’inizio della fine, e soprattutto, con lei era morta la possibilità di vincere quella battaglia in maniera rapida.
Ricordava perfettamente cosa era accaduto. Lei, utilizzando le potenti arti magiche di cui solo le donne erano dotate in quel regno, si era camuffata e durante l’ingannevole ricevimento, con disinvoltura, aveva quasi affiancato il sovrano nemico. Sarebbe bastato un guizzo dello stiletto che tanto abilmente sapeva manovrare, un solo graffio e il veleno avrebbe fatto il resto.
Ma era stata ingannata, tutti loro erano stati ingannati. Poiché con altrettanto potenti sortilegi un mero paggio di corte aveva assunto le sembianze del Re, ed era caduto sotto la pugnalata  della fattucchiera.
La trappola era scattata e la giovane donna uccisa dai Cavalieri nemici. E da quel momento in poi, la catastrofe era divenuta di minuto in minuto sempre più inevitabile.
La lotta tra il suo fedele guerriero e il crociato ammantato di bianco stava ancora infuriando, anche se chiazze rossastre sul bianco mantello dimostravano che le sorti dello scontro erano già segnate. Una parata, una finta ed un affondo. In poco più di un fruscio il crociato cadde al suolo privo di vita.
‘Una mera consolazione’ pensò, e come a conferma delle sue parole quattro soldati nemici si avvicinarono al guerriero che ancora si frapponeva fra lui e il suo destino.
Dopo la morte della Regina era infuriata la più selvaggia e al tempo stesso calcolata delle battaglie. Il pavimento di marmo aveva iniziato a tingersi di cremisi mentre i combattenti incontravano uno dopo l’altro il loro destino.
Si erano battuti bene, certo. Anche ora il Re vedeva il Cavaliere falciare un soldato dopo l’altro, per correre in suo soccorso. Il nemico era stato abile nel separarli, approfittando delle arti magiche di cui anche lui disponeva (aveva condotto lì anche la sua Regina ! Dovevano immaginarlo, avrebbero dovuto prevedere una mossa simile….eppure…), e si stava preparando a giocare il tutto per tutto, nel tentativo di ucciderlo.
Il guerriero cadde sotto le lame dei soldati nemici, che ora si rivolsero a lui come fameliche iene in  caccia di un debole e morente leone.
Anche ora poteva vedere il ghigno del Re nemico farsi largo sotto l’armatura, tra le spire della dorata corona che indossava.
Perché erano arrivati a quel punto?  Per quale motivo si erano trovati partecipi di quella lucida e organizzata carneficina il cui reale scopo forse sfuggiva persino a loro? ‘Era il nostro destino’ si rispose mentre un altro crociato, nel bianco del suo mantello, si fece largo tra i soldati per reclamare la vita del Re.
Si guardò di nuovo intorno. Il Cavaliere, uno dei pochi alleati che gli erano rimasti, era troppo lontano. Non sarebbe mai arrivato in tempo. Davanti a lui veniva il crociato, feroce e con una sola parola scritta tra le pieghe lucenti del bianco mantello: morte.
Il Re comprese la trappola. Capì che anche il potere della Regina nemica era all’opera, ma un moto di fierezza si fece largo nella sua anima.
Si sollevò in tutta la sua statura, solitamente mascherata dal peso del governo e dalla vecchiaia e come un’inesorabile fiera sfoderò l’antica lama.
Sarebbe caduto combattendo, non in cerca di un’inutile fuga lontano da quella sala.
Il crociato titubò qualche istante colpito da quell’esile figura che ora lo fronteggiava senza timore, per poi ricadere vittima della sua furia.
Il Re raccolse le forze e si scagliò all’attacco. Nei suoi colpi esplose un’antica ira alimentata dal possente orgoglio della sua stirpe, mai realmente dimenticato. Il crociato si oppose, inizialmente con forza, ma fu travolto dai colpi del sovrano, inarrestabili.
E allora la trappola, se ormai di trappola si trattava, scattò.
I soldati nemici sfoderarono le armi, gettandosi sul Re.
Lontano, troppo lontano, il Cavaliere gridò di disperazione.
Nella stanza il ritmato ticchettio si interruppe, lasciando solo l’estinguersi di un eco.

I due uomini si fissarono per interminabili secondi e poi il più giovane dei due si alzò. Mosse la mano in un gesto quasi sacerdotale, rovesciando un piccolo oggetto di legno sistemato sul tavolo:
“Scacco Matto”.

Racconto – Alta Finanza

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Avevo scritto questo brevissimo racconto per partecipare alle microfinzioni di minimaetmoralia.Il bando indicava come argomento i dettami di Alexander Langer e la sua concezione di una società meno indirizzata al profitto.
Buona lettura.

Alta finanza

Non sono mai stato un mago degli investimenti. A dirla tutta non ho nemmeno mai capito le regole di mercato e le oscure alchimie che regolano la New Economy.
Dal mio punto di vista, tra un consulente finanziario e un aruspice, capace di leggere il futuro nel volo degli uccelli, non c’è una grande differenza. Eppure al giorno d’oggi se c’è una cosa che il mondo non ti perdona è proprio la volontà di restare in panchina quando in campo si sta giocando la partita della finanza, alta o bassa che sia.
Insomma, per farla breve, non puoi essere un perdente, nemmeno per scelta. Quando incroci i guantoni con le oscillazioni di borsa, e non puoi scegliere di non farlo, c’è un solo motto: vincere.
E’ con questo spirito che ho deciso di intraprendere la mia personale arrampicata sociale verso un ruolo di maggiore rilievo nella Nuova Economia. La scelta del terreno di gioco è stata facile ed è quasi venuta da sé: l’edilizia.
Se bisogna vendere l’anima al diavolo, mi sono detto, lo voglio fare cercando di garantirmi almeno una porta di servizio per il paradiso. Perciò via libera per l’edilizia, ma diamine niente abusivismo, niente mostri ecologici e un occhio di riguardo a uno sviluppo più a misura d’uomo.
Come dicevo, le speculazioni non sono per niente il mio forte ma, se c’è una cosa che mi è sempre riuscita facile, è rallentare quando tutti gli altri accelerano e portarli alla mia velocità. Perciò è così che è iniziata la mia nuova carriera. Il primo finanziamento è stato facile da ottenere, persino più del previsto.
Sin da subito ho alternato investimenti molto oculati, non potevo permettermi salti nel buio vista la mia incapacità nel settore, con idee innovative. A spiazzare i miei avversarsi è stato l’approccio ‘slow food’ degli interventi di cui mi facevo promotore. L’idea del profitto in secondo piano, dell’assenza di competizione selvaggia, di un approccio più socialmente compatibile spiazzava tutti e al tempo stesso vedeva le zone in cui investivo crescere con lentezza, ma in modo costante.
E in più i miei clienti si sentivano a loro agio: avere a che fare con qualcuno che non ti sta con il fiato sul collo e non dà l’impressione di guardarti solo dentro il portafogli li confortava.
Dormivano nei miei albergo pagando un prezzo onesto, mangiando buon cibo e godendo di piccole perle tecnologiche incastrate in un verde da fare invidia alle più sperdute isole canadesi.
Mi sembrava di aver trovato la gallina delle uova d’oro. Certo, a volte percepivo il fiato della competizione alle costole: i miei avversari, nello spietata danza della concorrenza, cercavano di provocarmi, di farmi diventare come loro. Nel più distorto spirito olimpico, vincere a ogni costo.
Mentre io, e per questo ero considerato un alieno: mi accontentavo di un onesto piazzamento. Il podio non ha mai fatto per me.
Poi sono arrivate le difficoltà.
Un po’ di sfortuna, investimenti sbagliati, periodi di magra senza nessun cliente. Lo spettro dell’ipoteca futura ha visitato anche me, come nella più illustre tradizione delle novelle natalizie, e sono stato costretto a cedere un po’ il passo. Non sapevo di preciso dove mi avrebbe portato la cattiva sorte ma di sicuro, contro tutti e tutto, mi sono tenuta stretta quella piccola chiave dorata per il regno dei cieli.
Non vincere, ma giocare. Ecco il mio motto. Giocare tenendo ben presente chi siamo e dove vogliamo andare. E soprattutto senza dimenticare che gli squali, voraci e senza scrupoli, non sono per forza gli unici pesci che possono nuotare nel mare della finanza, degli investimenti, della crescita economica.
E adesso eccomi qua. Davanti a me c’è sempre la solita vecchia strada, piena di imprevisti, pieni di punti interrogativi. Una strada che ho fatto tante volte ma che non finisce mai di stupirmi perché ogni volta, a ogni passo, è come giocare con il fato. Non so dirvi qual’è la morale, se ho fatto le scelte giuste, se la prossima volta, avendone la possibilità, farò le stesse cose.
Di sicuro adesso sono qui, ed è il mio turno. Perciò appoggio la penna, alzo gli occhi, e incrocio lo sguardo dei miei avversarsi.
“Avanti, mi serve un bel quattro per non finire in prigione. Adoro il Monopoli”.