Yavin 4

STAR WARS [UPDATE]: L’ENIGMA DEL TITOLO?

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E’ da gennaio dell’anno scorso, cioè da quando la Disney ha annunciato che sarebbe stato J.J. Abrams a dirigere ‘Star Wars: Episodio VII’, che un tarlo scava senza sosta nel mio laborioso cervello da Jedi. Ho dato voce alle mie riflessioni in questo articolo su Mr. Lost, e ho rincarato la dose in altre occasioni.
Il 6 Maggio, una ventina di giorni fa, una notizia (mai confermata, ma nemmeno mai smentita) ha detonato nella rete lasciando che la sua onda d’urto colpisse gli animi degli appassionati per poi sedimentare nel pozzo delle riflessioni starwarsiane più estreme. Di cosa sto parlando? Ma di quello che POTREBBE essere il titolo di Episodio VII: Star Wars, The Ancient Fear.

‘Il Cacciatore di Androidi’ – Ridley Scott, 1982 – 2012

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Questo pezzo è stato pubblicata integralmente sul numero 34 del Living Force, fanzine del Fan Club Yavin 4.

Nel 1982 il quarantacinquenne Ridley Scott continuò, dopo il capolavoro di Alien (1979), quella che sembrava essere diventata la sua nuova deriva fantascientifica di grande successo. E lo fece girando quella che viene ricordata come una delle migliori pellicole di genere mai realizzata: ‘Blade Runner’. Il titolo del film deriva dal romanzo di Alan E. Nourse, ‘The Bladerunner’ (1974) ma riprende i contenuti di un altro romanzo, ‘Il cacciatore di Androidi’, scaturito dalla geniale e tormentata penna di Philip K. Dick nel 1968.
Il film subì due rimaneggiamenti: il primo con il ‘Director’s Cut’ del 1992 (che mischiò molto le carte in tavola, a tal punto da stravolgere e per certi versi arricchire il messaggio di fondo nella pellicola) e il secondo con il ‘The Final Cut’, nel 2007 che migliorò, da un punto di vista prettamente tecnico, il lavoro del 1992 senza modificarne la trama. Che Scott in dieci anni sia cambiato, che la sua visione del mondo si sia incupita tanto da avvicinarlo maggiormente alla filosofia di Dick seppure con sostanziali differenze rispetto ai contenuti del romanzo, non ci è dato saperlo. Certo che è che il lavoro del 1992 è certamente più oscuro.
‘Blade Runner’ viene riconosciuto, in modo unanime, come pellicola marcatamente cyberpunk e la cosa di per sé definisce già la visionarietà del progetto perché il termine cyberpunk verrà coniato solo un anno più tardi da Bruce Bethke nel suo omonimo racconto. Ed è poi da lì, con il picco a metà degli anni ottanta, che autori come Gibson e Sterling arricchiranno e definiranno in modo molto preciso confini e caratteristiche di un cyberpunk finalmente maturo.
Ma ‘Blade Runner’, anche in questo, precorreva i tempi. Ambientato in una Los Angeles nel 2019 tratteggia alla perfezione quelle che saranno le caratteristiche tipiche delle città futuristiche. Poco ci viene mostrato del mondo all’esterno della città ma di certo sappiamo che esistono colonie nello spazio e che il verde, gli alberi, e la natura sono del tutto bandite nei territori urbani. E che piove, molto. Un clima funestato dall’inquinamento o da possibili disastri ecologici rende la Los Angeles del futuro cupa, caotica e a al tempo stesso capace di creare spietate bolle di solitudine tra i suoi abitanti.
Il protagonista è Rick Deckard (Harrison Ford), detective in parte trapiantato dall’hard boiled di Raymond Chandler, e in parte arricchito di caratteristiche decisamente più malinconiche e romantiche. Il suo compito è ritirare androidi, i Nexus 6, che rifiutano di arrendersi a quella che è la loro naturale scadenza: nel mondo del futuro infatti i replicanti sono organismi sintetico-organici costruiti per specifici impieghi (militari, di bassa manovalanza, sessuali) che, come tutti i costrutti, hanno una scadenza impiantata nelle loro struttura. Non possono vivere più di quattro anni.
Un giallo investigativo, una noir fantascientifico a tutti gli effetti, in cui però l’indagine e il ritiro dei replicanti sono al tempo stesso nucleo della narrazione e pretesto per dissotterrare tematiche molto, molto più complesse. E non solo, tematiche che trovano una stringente attualità anche ai giorni nostri e la cui complessità, evidentemente, già era nota nei lontani anni sessanta quando Dick tratteggiò ‘Blade Runner’ (dobbiamo dirlo, in modo molto più disincantato e oscuro della sua versione cinematografica).
La lotta per la sopravvivenza degli androidi e l’umano carisma di Rick Deckard (un detective disilluso e malinconico, che fa il suo lavoro fino in fondo ma che si innamora di Rachel (Sean Young), una replicante che non sa di esserlo, ci costringe a un confronto molto duro con noi stessi. Troviamo da una parte il desiderio di vivere dei Nexus la cui inumanità ci è solo mostrata attraverso doti fisiche eccezionali ma con i quali, per contro, è difficile non simpatizzare. Soprattutto quando Rachel, prototipo della sua serie, scopre che tutti i suoi ricordi sono artefatti, comprende di essere un costrutto la cui infanzia a tutti gli effetti non esiste. E’ proprio questa sua fragilità alla quale Deckard non riesce a restare indifferente che si aggiunge, con forza, alla parte della bilancia rappresentata dal detective. E’ proprio l’amore che nasce tra un umano e un replicante a farci riflettere ancora di più su quale sia la reale differenza tra i due.
Questo non impedisce però a Deckard di portare a termine il suo compito come se fosse l’amore che si prova per lui (lei) a rende più umano, o umano del tutto, un Nexus: Rachel non dovrà essere ritirata ma i fuggiaschi sì.
E’ il confronto finale tra Roy Batty (Rutger Hauer) e Deckard a gettare ancora di più un’ombra sulle diversità tra uomini e costrutti. La meschinità della razza umana, infatti, oltre che essere più di un legittimo sospetto che ognuno di noi ha anche solo per la conoscenza della storia, è ben rappresentata in ‘Blade Runner’. La solo idea di creare organismi così simili all’uomo in tutto e per tutto tanto da prevedere la possibilità che questi sviluppino sentimenti, e per questo dotarli di una vita limitata in modo da tenerli sotto controllo, è genuino di una divinità crudele come solo l’uomo può essere. Per questo non riusciamo mai a condannare del tutto Roy Batty e Pris (Daryl Hannan) quando decidono di uccidere il dottor Eldon Tyrell (Joe Turkel), loro creatore, appreso che sarà impossibile ottenere più tempo per continuare ad amarsi. Come androidi. Ma come esseri viventi, come uomini.
Perciò l’uomo crea i Nexus, gli dona così tanta intelligenza da permettergli di innamorarsi, ma nega loro la possibilità di essere umani fino in fondo attraverso la condanna con una morte controllata. Un’esistenza scandita dalla certezza della propria morte non può mai essere vissuta fino in fondo.
Eppure, nonostante la crudeltà alla quale sono sottoposti, anzi forse proprio grazie alla mostruosa sperimentazione di cui sono vittime, danno alla vita un valore talmente grande da redimere i biechi sentimenti prettamente umani: odio, rancore, vendetta.
E’ questo il senso dello scontro finale: Roy Batty salva Deckard (nonostante questi abbia appena ucciso Pris, la sua amata) e piange, con lacrime nella pioggia, per tutto ciò che andrà perduto al momento della sua scadenza. Così imminente da trasformare il salvataggio del detective nella sua ultima azione prima di morire.
Perché di morte, a tutti gli effetti si tratta.
Il finale non è però priva di speranza. Fuggendo dalla città che sembra raccogliere tra le sue spire molta della malvagità dell’uomo, Deckard e Rachel continuano il loro futuro impossibile (suggellato dalla visione e dall’origami di un unicorno, il simbolo della purezza e dell’amore) per quanto gli sarà concesso. L’oscura profezia che accompagna ogni Nexus, infatti, potrebbe non risparmiare nemmeno Rachel.
“Peccato però che lei non vivrà!”.
Tutto questo all’interno di un film girato trent’anni fa ma che si dimostra ben più che attuale. Il 2019 è ancora lontano e se non vivremo nella città tratteggiata magistralmente da Scott, non è detto che le cose possano non prendere quella direzione.
Come accennavo, il Director’s Cut complica molto le cose. La strana purezza dei Nexus viene messa in discussione mentre viene accentuata la decadenza della razza umana con un gioco di ombre inquietante e camuffato in un elegantissimo chiaro-scuro.
In che modo? Vi lascio la curiosità di vederlo, se non lo avete già fatto. O forse ne riparleremo.

‘Eaters’ – gli zombie made in Italy

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Eaters
Di seguito un’intervista da me realizzata a Luca Boni e Marco Ristori (nella foto qui sopra in dolce compagnia), creatori della EXTREME VIDEO e soprattutto creatori di ‘Eaters’, zombie movie italiano. In bocca al lupo ragazzi, e grazie della disponibilità. Questa intervista è uscita sul Living Force Magazine n°30.

Parlando di ‘zombi’, è impossibile non nominare George A. Romero. Cosa pensate dell’evoluzione che i suoi film passati e presenti stanno seguendo?
Se da un lato consideriamo Romero come uno dei più importanti e fondamentali autori del cinema, creatore di pellicola storiche, dall’altro non possiamo non notare l’abbassamento del livello delle sue ultime produzioni come Diary of the Dead e Survival of the Dead. Specialmente quest’ultimo – che abbiamo visto in anteprima dal Sitges Film festival 2009 – ci ha lasciati alquanto perplessi; questo non toglie che Romero sia per noi un autentico mito.
Nel vostro background ‘formativo-zombi’, che ruolo rivestono, se lo rivestono, i recenti videogiochi a tema non-morti e, ovviamente senza voler fare un parallelismo con i videogame, i film anni settanta-ottanta italiani a tema?
E’ impossibile non vedere in Eaters dei rimandi al mondo dei videogames. Siamo fans di giochi come Left 4 Dead ed ovviamente Resident Evil ed il nostro stile ne risente; non dimentichiamo poi che veniamo dal mondo dei videoclip quindi prediligiamo il ritmo più incalzante tipico dei videogames. Per quanto riguarda invece rimandi al genere italiano, possiamo dire che in Eaters non ce ne sono. Conosciamo a fondo il cinema di genere nostrano di quel periodo, ma crediamo che sia importante andare avanti senza fossilizzarsi su stili ormai passati.
Strettamente collegata alla domanda precedente vorremmo una vostra opinione sul panorama italiano horror degli ultimi anni. E’ facile fare horror in Italia?
Molto difficile. E’ difficile trovare soldi, è difficile trovare storie interessanti, è difficile scrollarsi appunto di dosso la tradizione. Fortunatamente ci sono eccezioni che confermano la regola come l’ottimo At the end of the day di Cosimo Alemà, un thriller/horror efficace e splendidamente realizzato. Per il resto il panorama è piuttosto scarno ed i prodotti che escono non sono particolarmente interessanti.
Recentemente sono usciti registi europei che hanno trattato l’horror in modo molto più maturo di quanto faccia Hollywood. Balaguerò, Aja, Bayona, Marshall, Laugier.
Cosa ne pensate di questo nuovo horror europeo?
Lo adoriamo. I registi europei hanno spesso una maggiore sensibilità e una maggior voglia di rischiare rispetto ai registi statunitensi ai quali spesso vengono  tarpate le ali dalle grandi produzioni. Non per nulla il nostro mentore è Uwe Boll…tedesco impiantato in Canada e forte sostenitore del cinema indipendente.
Avete avuto contatti con Dario Argento che, nel 1978, era stato coinvolto a più livelli con ‘Zombi’ di Romero?
No.
Veniamo a Eaters. Qual’è l’idea di base del film, e che gestazione ha avuto prima di divenire uno script, e poi un film?
Eaters è uno zombie movie molto classico ad ha l’impostazione di un road movie. Volevamo innanzitutto fare un film divertente e godibile, senza prenderci troppo sul serio e senza la volontà di ricercare chissà quale originalità. La gestazione è durata circa 3 anni prima che riuscissimo a mettere su il gruppo col quale poi abbiamo prodotto il film. Sono stati tre anni abbastanza duri fatti di rifiuti e porte in faccia, ma alla fine ce l’abbiamo fatta e questo è quello che più conta. E’ tremendamente difficile fare un film del genere senza soldi, ma la mancanza di risorse fa sì che si usi l’ingegno per risolvere problemi e situazioni. Ecco, se dovessimo paragonare il nostro modus operandi a quello di un autore italiano, questo sarebbe il grandissimo Mario Bava.
Quali sono state le difficoltà maggiori, sia in fase di script che in fase di realizzazione, che avete incontrato?
Il un film low budget tutto è difficile, dalla pre alla post produzione. Durante le riprese non abbiamo avuto particolari problemi. Ce ne sono stati molti invece in fase di pre-produzione e post-produzione anche perchè eravamo solo in due a gestire tutto. In un film del genere la pre-produzione e l’organizzazione sono elementi fondamentali per la riuscita del progetto; tutto deve essere pensato e preparato nel dettaglio altrimenti sul set sorgono problemi di ogni tipo. Il lavoro di post-produzione è stato immenso dal momento che Eaters ha una enorme quantità di effetti visivi ed di innesti in CGI. La CGI è indispensabile per un film post-apocalittico fatto con due soldi!
Come ha reagito il mercato italiano all’idea del vostro prodotto? E, per contro, come siete entrati in contatto con Uwe Boll?
L’ Italia non ha avuto nessuna reazione, ma ne eravamo ben consapevoli fin dall’inizio. Boll invece si è dimostrato subito interessato al progetto e lo ha seguito sin dagli albori. Eaters è adesso nel catalogo della Boll World Sales e siamo rappresentati dalla Event Film, una società appunto di Uwe Boll. Boll è una persona molto attenta alle realtà indipendenti ed è un uomo con un grande senso degli affari. Siamo stati fortunati ad incontrarlo.
Senza rivelare troppo della trama, dal trailer si capisce che ci sono sviluppi inediti sugli zombi: la capacità di parlare, si accenna anche alla loro capacità di riprodursi.
Queste innovazioni, sono alla base del filone narrativo del film?
Esattamente. E’ proprio questo l’aspetto innovativo che abbiamo inserito nel nostro film che, come dicevamo, ha un’impostazione della storia comunque molto classica. Il merito va anche al nostro co-sceneggiatore Germano Tarricone che ha contribuito attivamente alla scrittura della sceneggiatura. E’ difficile trovare un elemento orignale quando si parla di zombi…!
A livello di appassionati horror come possiamo essere noi di Yavin 4, avete trovate interesse per il vostro progetto? Noi crediamo che sia anche grazie a ‘pionieri’ come voi che l’horror possa tornare a rivestire un ruolo importate nel cinema italiano. Avete quindi avuto buone risposte dalla ‘base’ di appassionati?
Fuori dall’Italia c’è molto interesse per il nostro film e ne siamo molto contenti. festival, siti e riviste specializzate si stanno interessando sempre di più grazie anche al lovoro promozionale della Event Film. Molti sono i paesi che hanno già acquistato i diritti e speriamo che se ne aggiungano altri nei mesi a venire. Eaters è proprio un film di nicchia per appassionati del genere e speriamo di non deludere le aspettative.
E qui di seguito, ecco il trailer:

Recensioni Film – ‘Inception’ di Christopher Nolan

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VOTO:★★★★★

Questa recensione/analisi è stata pubblicata integralmente sul numero 29 del Living Force, fanzine del Fan Club Yavin 4.

Quando si pensa alla magia di solito fanno capolino tra i nostri pensieri o barbuti stregoni o illusionisti intenti a deliziare il pubblico con giochi di prestigio.
Eppure c’è un’altra arte che è in grado di distillare gli stessi portenti: il cinema. Proprio quando ci si sta per rassegnare all’idea che certe emozioni siano retaggio di un passato destinato a non ripetersi, ecco che c’è qualcuno pronto a smentirci.
E questo qualcuno, negli ultimi anni, è un ragazzo londinese classe 1970 che mastica cinema da quando di anni ne ha sette. Questo qualcuno potrebbe essere, se non lo è già, la versione secondo millennio di quel cinema che negli anni settanta ha rivoluzionato la settima arte grazie a persone come George Lucas e Steven Spielberg.
Sto parlando di Christopher Nolan e la sua ultima magia ha titolo ‘Inception’.

Era da quel fatale maggio 1999, da Matrix, che non mi capitava di restare così rapito davanti a un film, così sospeso in un’incredula meraviglia per la perfezione e per la complessità alla quale stavo assistendo. La grandezza di ‘Inception’ va dalla definizione dei personaggi allo sviluppo della trama ma dove il genio di Nolan dà il suo meglio è nella metodica e implacabile definizione della ‘scienza onirica’, delle sue leggi, delle sue regole e persino della sua valenza religiosa.
Raffrontare ‘Inception’ con il capolavoro dei fratelli Wachowski viene spontaneo perché entrambi partono da un concetto semplice, in termini di definizione: niente è come sembra e, per esteso, la realtà che ti circonda non è la vera realtà.
Ma se in ‘Matrix’ il mondo per come lo conosciamo era una creazione delle macchine e lo scenario era un conflitto serrato tra l’uomo e il suo alter ego di silicio, in ‘Inception’ le cose sono molto più complesse.
In accordo con lo stile cerebrale e metodico di Nolan, tutto diventa concetto e metodo. L’uomo diventa il mistificatore, ma sempre l’uomo è la vittima dell’inganno.
Così scopriamo che, laddove c’erano impulsi elettrici e coltivazioni di esseri umani intrappolati in un’illusione, qui esiste una scienza con la quale è possibile imbrigliare i sogni, definirli grazie a leggi precise, smontarli e infine riassemblarli. Laddove l’Architetto era un’intelligenza quasi aliena nella sua meccanicità, qui l’architetto è un essere umano. Un creatore di mondi, un tessitore di inganni.
In ‘Inception’ tutto viene spostato a un livello inferiore sostituendo la sopravvivenza dell’uomo con interessi economici gestiti attraverso il furto. Una banalizzazione? A prima vista, forse. Ma la realtà della ‘scienza onirica’ e le sue implicazioni ben presto prendono il sopravvento sulle materiali necessità dei protagonisti e in gioco c’è ben più che la mera sopravvivenza dell’uomo: c’è la sua anima. Se le dinamiche iniziali ruotano intorno alla ricchezza per Saito e la fine della condizione di fuggiasco per Cobb ecco che poi tutto cambia.
Vediamo uomini e donne che cercano il paradiso rifugiandosi nei sogni, isolandosi in scantinati umidi e sporchi per nascondersi dalla vita. Vediamo lo stesso Cobb avvicinarsi in modo pericoloso a qualcosa che assomiglia alla creazione della vita: i suoi sogni, il suo subconscio, la proiezione della moglie che a tutti gli effetti vive di vita propria. L’uomo, attraverso la scienza dei sogni, si avvicina talmente tanto a Dio da scatenare, in ultima analisi, il più terribile dei dubbi: e se tutto quello che mi circonda fosse in realtà un sogno? Creare persone, creare città, plasmare il mondo. E’ tanto ambiguo il potere che si esercita attraverso i sogni da sconfinare anche nel mondo della veglia, da mettere in discussione la più elementare delle verità: io sono qui, sono sveglio, e questa è la mia vita.
La possibilità di inculcare un’idea nella mente di una persona attraverso il contatto con il suo subconscio diventa un corollario di poca importanza rispetto alla divinità dell’uomo, alla sua capacità di creare.
Nello stesso momento in cui si possono vestire i  panni dell’Architetto in un modo così estremo, nel momento in cui è possibile trasformare la durata di un sogno in quella di una vita, ecco che le idee diventano fragili e manipolabili, esattamente come la realtà di ‘Inception’.
Cobb si trasforma in una divinità che ha nella sua stessa natura la sua più grande debolezza. A poco a poco anche nella nostra mente si fanno largo le implicazioni che porteranno sua moglie all’inevitabile follia: e se tutto fosse un sogno? Innestare la volontà di smembrare un impero commerciale non è nulla se paragonato al fatto che sia possibile farlo. E la possibilità dell’innesto impallidisce se paragonata al perfetto inganno che il dio-uomo, nella scienza onirica, può ordine.
Nolan, come sempre, inizia raccontandoci una storia e finisce con il trasformare ciò che vediamo in un complesso affresco il cui scopo è ridisegnare la realtà. Non ci suggerisce come il mondo cambierà dopo ciò che Cobb è riuscito a fare semplicemente perché il mondo potrebbe non essere più lo stesso.
Il finale è simbolicamente perfetto: la trottola non è quella di Cobb. La trottola è la nostra percezione della realtà e adesso, in un mondo di divinità, non possiamo sapere se smetterà mai di girare.

I vampiri letterari moderni

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Questa analisi è stata pubblicata integralmente sul numero 26 del Living Force, fanzine del Fan Club Yavin 4, di cui sono stato Presidente e di cui sono orgoglioso membro.

Il panorama letterario vampiresco vanta al suo attivo alcune produzioni moderne ‘indipendenti’.
Nel dettaglio mi vorrei concentrare su due titoli molto diversi tra loro, sia per tematiche, sia per genesi geografica: ‘La Progenie’, romanzo oltreoceano firmato dal due Guillermo ‘Lo Hobbit’ Del Toro, Chuck Hogan e ‘Lasciami entrare’, dello svedese John Ajvide Lindqvist.
Andiamo con ordine.

la progenie

La Progenie - Guillermo Del Toro - Chuck Hogan

‘La Progenie’.

Prima di addentrarci nel dettaglio del romanzo solo due parole sugli autori. Chuck Hogan, quasi esordiente, è alla sua prima esperienza di genere. Guillermo del Toro è un amico di vecchia data: regista horror raffinato (‘Mimic’, ‘La spina del diavolo’, ‘Il Labirinto del Fauno’) ha sempre dimostrato una spiccata predisposizione per veri e propri miracoli visivi, anche quando si concentrava su altri generei (“Hellboy 2: The Golde Army” è un esempio di questa sua straordinaria dote).
L’avvio di questo romanzo rivisita citando in chiave moderna, con grande riverenza e onestà, il più illustre predecessore di genere : il ‘Dracula’ di Stoker. Al posto della ‘Demetrio’, nave con la quale Vlad arriva a Londra, abbiamo un volo intercontinentale e ritroviamo, nell’anziano professor Setrakian, una controfigura più ‘cappa e spada’ di Abraham Van Helsing.
La storia poi prende direzioni un po’ differenti concentrandosi molto sull’aspetto biologico/medico del vampirismo. Un po’ figlio dei vari CSI, un po’ in pieno spirito illuminista, molto del misticismo legato alla figura del ‘nosferatu’ viene sezionato e trasformato in qualcosa di più tecnico. Virus, contagio, infezioni. Quale che sia il termine corretto la trattazione medica della metamorfosi da umano a non morto è dettagliata e resta uno dei motori principali del romanzo. Da un lato è anche un tentativo di approccio moderno, lontano dalla razionalità un po’ più sonnecchiante perché meno consapevole dell’ottocento, al vampirismo. Le armi di cui dispone la società tracciata da Hogan e Del Toro sono una solida base scientifica e i protocolli, rinforzati dopo l’undici settembre, per contenere gli attacchi biologici. Poco alla volta però i protagonisti del romanzo sono costretti a un ritorno al misticismo, incarnato proprio da un figlio dei tempi antichi come il professor Setrakian.
Dietro il sipario c’è qualcosa di un po’ più profondo e tradizionale. Un legame con il tempo antico, con lo spirituale, con le leggi sovrannaturali cancellate, o meglio nascoste, dalla scienza moderna. Ci sono gli Antichi, c’è una vecchia stirpe di vampiri, c’è un equilibrio di poteri che però, purtroppo, non riusciremo che a intuire ne ‘La Progenie’. Perché, nella migliore delle tradizioni fantasy, abbiamo a che fare con il primo volume di una trilogia a taglio marcatamente cinematografico (per costruzione, e anche per modo di presentarsi: basta dare un occhio al sito per sospettare di un potenziale lungometraggio in cantiere).
I legami con il grande schermo, per questo libro, non finiscono qui. L’epidemia di vampirismo, in qualche modo, ci potrebbe indicare come il mondo del cinematografico ‘Io sono leggenda’ (o come  ‘Daybreakers’)  è divenuto quello che ci è stato mostrato da Will Smith. Alcune scene ricordano il caos creato dai cugini zombie ne ‘L’alba dei morti viventi’, versione di Zak Snyder, o il riuscito a metà ’30 giorni di buio’.
Queste parti più filmiche e l’intreccio medico legale credo sia farina del sacco di Chuck Hogan. Del Toro, dal canto suo, sospetto abbia contribuito in modo molto marcato con la sua capacità visionaria: molte parti del romanzo, molti scorci descrittivi, hanno una certa potenza ed eleganza, persino inaspettate in un libro che, a conti fatti, è abbastanza ‘classico’, nella tematica horror.
Il vero elemento di originalità è l’attenzione che si dà alla metamorfosi da umano a vampiro, sia dal lato biologico (molto marcata) sia da quello umano (un po’ più trascurata). In più, assimilando questa mutazione a un’infezione virale molto violenta, è anche interessante come il decorso clinico viene standardizzato e come sia proprio l’infezione a determinare i vari gradi di anzianità vampirica. In qualche modo vengono riuniti in un unico romanzo i vampiri feroci e animaleschi del carpenteriano ‘Vampires’ con quelli più stokeriani.
Restiamo in attesa di due successivi capitoli sperando che portino qualche novità in più.

Locandina 'Lasciami Entrare'

Locandina 'Lasciami Entrare'

‘Lasciami Entrare’.
Tutt’altra cosa è questo capolavoro svedese di John Ajvide Lindqvist, classe il 1968. L’autore non è nuovo alla scrittura e questo suo primo romanzo dimostra molte, moltissime cose. Prima di tutto, l’amore e l’odio per la sua terra, per la Svezia, e per la periferia un po’ ‘via Pal’ nella quale è ambientato (e dove lui ha vissuto). Poi il grande rispetto che prova per l’horror. Questo genere, infatti, ha da sempre ‘subito’, da chi decideva di scriverne, due tipi di trattamento, incarnati peraltro dai due romanzi di cui stiamo parlando.
Il primo approccio, in linea con ‘La Progenie’, è molto legato al mostro, al suo impatto più immediato con il mondo normale, al sangue, alle morti, a una sorta di inevitabile deriva splatter. E forse l’accezione più nota dell’horror, nonché quella poi più di nicchia e criticata, per certi versi.
Il primo approccio è molto più nobile. Viene usato uno stereotipo horror, o una situazione sovrannaturale, per trattare di tutt’altro. Il mostro, l’elemento spaventoso, è solo catalizzatore di una storia diversa che si vuole narrare.
Ecco, questo è ‘Lasciami entrare’. E’ un libro sulla mostruosità dell’adolescenza, vissuta attraverso gli occhi di un ragazzino disadattato, Oskar, che vive in un quartiere disadattato e che intorno a se persone meno disadattate di lui, ma costretto in uno sbando endemico di quella fetta di Svezia. E’ un libro che ci racconta di come questa aberrazione sociale, accettata come normale, reagisce all’inserimento di Eli, un vampiro, né più né meno, al suo interno. La mostruosa crudeltà dei forti sui deboli, incarnata da Oskar e dalla sua vita, si confronta con chi davvero è un mostro. Con chi viene da un altro tempo. Ed è sublime questo confronto, questa interazione. Oskar a poco a poco, in una reazione chimica provocata dal vampiro adolescente Eli, si renderà conto della tenebra sociale in cui vive. E, se possibile, inizierà a migliorare dando un nuovo significato alla parola ‘mostro’. Al tempo stesso intorno a Eli, le altre figure generate dal crogiuolo disastrato che fa da cornice al romanzo, subiranno metamorfosi inevitabili: l’esasperazione di ciò che già portano dentro di loro. Alcune rese ancora più evidenti da sequenze di puro horror (la resa dei conti tra Eli e Hakan) e ricorrendo a tutti gli stratagemmi di genere, altre, come la metamorfosi di Oskar, tipiche di un percorso di crescita adolescenziale reso però solo possibile dalla presenza di Eli.
Ci sono tantissimi elementi originali in questo romanzo, seppure il ‘vampiro’ sia molto fedele alla sua concezione classica, almeno in termini di poteri, di debolezze, di mitologia. La vera novità sta in come Eli vive il suo stato, nella consapevolezza, nell’accettazione di quello che si è senza però perdere la purezza dell’adolescenza. Sembra impossibile conciliare le due cose eppure Lindqvist ci riesce.
Una delle preziose perle strettamente horror sparse nel libro è il mostrare al lettore cosa succede se un vampiro entra in una casa senza essere stato invitato al suo interno: una curiosità che, lo ammetto, mi aveva sempre affascinato e che qui trova risposta.
Lindqvist si è adesso cimentato in un altro grande classico horror: gli zombie. Di sicuro con ‘Lasciami entrare’ ha ipotecato tutto il mio interesse.
Esiste anche una versione cinematografica del romanzo che, strano a dirsi, riesce a conservare tutta la delicatezza della sua origine cartacea. Realizzata da Tomas Alfredson, Svedese, classe 1965, regista che, a sua volta, dimostra di amare la sua terra e curata, nel soggetto, dallo stesso Lindqvist, ha dato origine a un film straordinario. L’intento del romanzo di trattare dell’adolescenza attraverso lo stratagemma horror è assolutamente rispettato e così lo sono i punti chiave della storia.
Insomma, due veri e propri capolavori.
Perché ho scelto proprio questi due romanzi, se non hanno praticamente niente in comune? Perché in effetti c’è un fil rouge che li unisce, e mi ha incuriosito come potenziale elemento ricorrente nei romanzi vampireschi ‘indipendenti’ (vedremo se le produzioni future mi daranno ragione).
Anche ‘Lasciami entrare’, seppure in modo minore rispetto a ‘La Progenie’, dimostra molta attenzione alla metamorfosi da umano a vampiro. Qui molto si concentra sulle sensazioni (e non sulla biologia) di chi sta divenendo un vampiro e uno dei passaggi più inquietanti è quando l’autore riesce a descrivere il vampirismo come una veglia costante di una coscienza più primitiva che a poco a poco prende il sopravvento sul ‘sonno della ragione’, sul sonno dell’umanità. Questo, in modo molto meno elegante, torna anche ne ‘La Progenie’ dove la consapevolezza umana veniva messa a tacere da una metamorfosi biologica predominante.
Concludo citando Goya che sembra aver ispirato in qualche forma questi tre autori:
“Il sonno della ragione genera mostri”.
Nel nostro caso vampiri. Che però vi consiglio di conoscere.