Annientamento – di Alex Garland

Tempo di lettura: 2 minuti

VOTO:★★☆☆☆
Mi sono preso una decina di giorni prima di mettere nero su bianco le mie impressioni sulla tormentata pellicola di Alex Garland. Dico tormentata perché ha avuto un travaglio produttivo tortuosa (budget limitati, cambi di piattaforma, bisticci e altre faccende da addetti ai lavori) che l’ha fatta approdare, alla fine, su Netflix. Premessa: a me Alex Garland piace molto, sia come sceneggiatore che come regista. Ho apprezzato Ex Machina e in tutti i suoi lavori c’è un nichilismo di fondo che mi affascina. Allora perché Annientamento non mi è piaciuto?
La storia si ispira liberamente all’omonimo romanzo di Jeff VanderMeer, primo capitolo della trilogia dell’Area X che già non mi aveva convinto. Avevo trovato il romanzo troppo autoreferenziale e pur essendo piuttosto breve finiva con il compiacersi molto e portare a casa poco. Questo al netto di un’idea di fondo forte e di personaggi altrettanto robusti.
Garland cannibalizza l’Area X, una zona avvolta da un misterioso campo energetico all’interno del quale succedono cose, mantiene la spedizione di sole donne impegnata a carpire i segreti dell’Area ma poi intraprende un sentiero molto personale che fa a pezzi i punti di forza del romanzo senza sostituirli son qualcosa di altrettanto convincente.
La cifra narrativa e stilistica di Annientamento è tutta incentrata sul caleidoscopio evolutivo che l’Area rappresenta: al suo interno succede di tutto. Le creature mutano, gli stessi esseri umani sono sottoposti a modificazioni genetiche inquietanti tanto che allo spettatore viene offerta una visione volutamente disordinata della realtà terrestre all’interno dell’Area.
Il problema è che questa assenza di coordinate finisce con il fagocitare tutto il resto. I personaggi sono funzionali del disordine così come lo è la loro missione. Motivazioni deboli e un suggerito maschilismo di fondo che ho trovato semplicistico e in completa antitesi con lo spirito del romanzo: il motore dietro alle scelte di Lena (Natalie Portman) sono TUTTE esclusivamente legate alla sorte del marito e anche le dinamiche interne al gruppo, quando esplodono, orbitano intorno a questo.
La storia stessa, se escludiamo il colpo di scena finale e poco altro, si muove a scatti con pacchetti di nozioni buttati come secchiate addosso allo spettatore (per esempio la confessione/spiegazione della Ventress, interpretata da Jennifer Jason Leigh). Di nuovo tutto funzionale al disordine dell’Area che dovrebbe saziare colmando anche le evidenti lacune tecniche del film ma che, almeno nel mio caso, finisce con l’annoiare.
Il senso del meraviglioso che le geometrie non convenzionali dell’Area dovrebbero trasmettere l’avevo già provato per il pianeta Pandora di Avatar, per la sua geografia molto dettagliata e per un ecosistema innovativo. Nel lavoro di Garland c’è poi un ammiccare a illustri predecessori (Solaris, sopra tutti) che mi è parso piuttosto incauto: se da un lato si rivolge a suggestioni che il pubblico destinatario di Annientamento conosce bene cercando qualche scorciatoia che dia una quadratura al disordine sostanziale del film, dall’altro si espone a improbabili confronti dai quali Annientamento esce con le ossa rotta.
In sostanza ho fatto molta fatica e sono rimasto sempre troppo distante dallo spirito (se c’è) di Annientamento e l’impressione è che le vicissitudini produttive abbiano finito con l’ingigantire tutti i difetti del progetto. Forse con qualche soldo in più, potendo permettersi più scene d’azione, le imperfezioni sarebbero finite sottopelle consegnando un prodotto magari più convincente ma anche più anonimo. Garland continua a piacermi ma lo preferisco quando si misura con storie originali.

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Comments (2):

  1. Steffy

    23 marzo 2018 at 17:22

    Sei sempre molto bravo e preciso, niente da dire. Io ho letto il primo libro e non ho mai avuto nessuna intenzione di vedere il film, perché? Perché mi sono detta: ma come si fa a voler ricavare un film da un libro cosí? É una storia, almeno per me, che viaggia tutta all’interno: di se stessa, dell’autore e anche di chi la legge e cosí mi sembra giusto che rimanga, bella o brutta che sia. Fine recensione. Io sono un po’ più sintetica di te come vedi. 🙂

  2. Maico Morellini

    23 marzo 2018 at 19:25

    Esatto, l’impressione è che a un certo punto VanderMeer abbia smesso di scrivere per tutti i lettori ma abbia continuato a farlo per quelli che lo stavano seguendo molto da vicino. Garland secondo me si è fatto abbagliare da queste potenzialità ma si è perso per strada, come forse era inevitabile. 🙂

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I figli del male – di Antonio Lanzetta

Tempo di lettura: 3 minuti

VOTO:★★★★★
Nel 2016 mi aveva folgorato l’esordio thriller di Antonio Lanzetta, Il buio dentro, e ve ne avevo parlato qui. Meno di due anni dopo Lanzetta ci riporta tra le ferite antiche di una terra tanto stupenda quando maledetta, di luoghi capaci di meraviglie e orrori. Ci riporta a Castellaccio.

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A Quiet Place – di John Krasinski

Tempo di lettura: 3 minuti

VOTO:★★★★☆
Finalmente. E’ la prima parola che mi è uscita dalla testa durante e dopo la visione di A Quiet Place, esordio fanta-horror del poliedrico John Krasinksi che qui è sceneggiatore, regista, interprete e marito (dentro e fuori dal set) della bella e brava Emily Blunt. Perché ‘finalmente’? Perché A Quiet Place riesce a ibridare in modo molto equilibrato tutti mattoncini costituenti il DNA del nobile genere horror.

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