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LICORICE PIZZA – DI PAUL THOMAS ANDERSON

Tempo di lettura: 4 minuti

“Tu credi che tutto il mondo giri intorno a te, Gary Valentine, ma non è così!”

“Invece sì!”

Il mondo gira intorno Gary Valentine (Copper Hoffman), un ragazzo di 15 anni pieno di sogni, di iniziativa, di voglia di fare, di essere, di diventare e di continuare a esistere. Il mondo gira intorno a lui e DEVE essere così. Anche se Alana Kane (Alana Haim), che di anni ne ha 25, non lo capisce. Anzi, lo capisce benissimo e invidia Gary. Lo invidia perché per Alana la vita è un insieme di sliding-doors imboccate dalla parte sbagliate, di scelte mancate. Per Alana la vita è un mondo di persone che non le orbita intorno perché ha cose più importanti da fare, perché ha cose più interessanti da vedere, perché ha faccende più grandi di cui occuparsi.

Paul Thomas Anderson ci regala un piccolo grande gioiello. Non il suo film migliore – su questo posso essere d’accordo – ma un film che sa cosa vuole essere, sa cosa vuole raccontare e lo fa con una delicatezza incredibile. C’è l’ombra della rovina sulle vite di Alana e Gary. C’è l’impressione che potrebbe capitare loro qualcosa di terribile tra una pausa e l’altra, tra una tappa e quella successiva del rincorrersi che sono le loro vite. Ma sappiamo che non succederà niente di quello che temiamo. Perché? Perché è la mano del regista a tenere la nostra, a rassicurarci e a garantirci che in qualche modo andrà tutto bene. Che quegli anni ’70 pieni di speranze e di stranezze e di errori e di possibilità non posso fare dal male. Che potrà succedere di tutto ma alla fine, il mondo, il loro e il nostro mondo, per quelle due ore e un quarto, gira davvero intorno a Gary e Alana.

Copyright: Sara Murphy, Adam Somner, Paul Thomas Anderson

Licorice Pizza è Magnolia che si riflette in uno specchio emotivo-deformante. Uno specchio che ringiovanisce, che rende spensierati. Uno specchio frivolo ma intenso. Lo specchio in cui vediamo riflettersi Copper Hoffman mentre guarda il volto di suo padre. Quello sì, che fa male. Da quel dolore Anderson non può proteggerci. Dal dolore di una perdita artistica, da dolore di un ‘cosa avrebbe potuto essere‘. C’è tanto di Philip Seymour Hoffman in suo figlio Copper. C’è una genetica che non deve dare spiegazioni. Un’aura magica, un carisma che appare naturale e una luce che la vita aveva tolto a Philip Seymour Hoffman. È cosa avrebbe dovuto essere senza l’ombra di un dolore non spiegato e inspiegabile. Forse anche questo specchiarsi è complice della magia? Forse. Ma forse no. Perché Copper non è Philip e se anche in quei sorrisi c’è il vissuto di una vita e mezzo, Gary Valentine ha un’anima sua, e sua soltanto.

L’America di Licorice Pizza è anche un caleidoscopio. O meglio, lo sono la vita di Gary e Alana. Tutto quello che gira intorno a loro sono cartolina della realtà, dispacci dall’altrove, figurine appiccicate sulle pareti del loro quotidiano. Così Nixon, così la mancata emancipazione a cui soccombe il consigliere Wachs (Bennie Safdie), così l’autoreferenziale machismo di Jack Holden (Sean Penn) e il pusher di popolarità Rex Blau (Tom Waits). Sono meteore. Meteore che sfrecciano intorno alla vita tutta di corsa di Gary, che sa quello che vuole senza saperlo davvero, e a quella di Alana che non sa quello che vuole perché ha deciso di non ascoltarsi davvero. Tra le righe della favola americana di Anderson, tra la follia contagiosa di un John Peters (Bradley Cooper) che vaga di notte e quella incomprensibile di Jack Frick (John Michael Higgins), un ristoratore che non parla giapponese ma che finge di farlo, c’è scritto un messaggio che sempre più spesso ci ritroviamo tra le mani: osserva bene i tuoi desideri perché spesso sono a portata di mano e basta smettere di correre per riuscire ad afferrarli.

Ma attenzione, non è una rinuncia ai sogni. Non è un accontentarsi perché il mondo va troppo veloce. È un tassello, uno dei pochi che possiamo decidere noi di mettere nel posto giusto.

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