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Alien – di Ridley Scott

Tempo di lettura: 8 minuti

Nel 1979 il mondo era ancora a bocca aperta felicemente sconvolto dalle gesta eroiche di Luke Skywalker, di Han Solo, della Principessa Leia e del wookie Chewbacca. Sognava quella galassia lontana lontana dove alieni ed esseri umani convivevano lottando contro il malvagio Impero Galattico o cercando in tutti i modi di guadagnarsi le grazie dell’Oscuro Signore dei Sith. Nel 1979 quando si pensava agli alieni o la mente correva alla variopinta galassia di Guerre Stellari, o recitava a memoria la melodia di Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo oppure si rivolgeva alla gloriosa filmografia di qualche decennio prima dove i grandi classici erano gli unici ad aver esplorato le profondità del cosmo e i terrori che queste nascondevano. Ma le cose stavano per cambiare. Oggi, 26 aprile, è l’Alien Day (26/4, LV-426, vi dice niente?) e quarant’anni fa usciva nelle sale cinematografiche Alien, di Ridley Scott.

Il segnale

2122. Mentre è sulla via del ritorno per la Terra con un carico molto, molto costoso l’equipaggio della nave rimorchio Nostromo viene risvegliato dall’ipersonno a seguito di un segnale proveniente dal vicino pianeta LV-426. MOTHER, il computer di bordo, ha intercettato la strana trasmissione e ha deciso di interrompere la stasi dell’equipaggio: la Compagnia per cui l’intero equipaggio lavora ha un regolamento molto preciso. Ogni segnale anomalo non può essere ignorato e anzi, è preciso dovere del capitano Dallas (Tom Skerritt) controllare di cosa si tratta.

DallasKane (il compianto John Hurt) e Lambert (Veronica Cartwright) scendono sulla superficie ben poco ospitale dell’LV-426 e scoprono che il segnale proviene da un grosso manufatto alieno. Un’astronave? Probabilmente sì. All’interno trovano il cadavere di un grande alieno umanoide, ucciso da qualcosa che sembra essere uscito dall’interno del corpo e soprattutto un grande stanza piena di grosse e misteriose uova.

Kane si avvicina a una di queste uova e una creatura tutta zampe e tentacoli lo aggredisce uscendo proprio dagli involucri organici. L’essere perfora  l’elmo di Kane, si incolla al volto dell’uomo, e lo strangola dandogli al tempo stesso l’ossigeno necessario per vivere. Toglierlo è impossibile, possiede un inarrestabile acido organico al posto del sangue.

L’incubo sta per iniziare.

Copyright: Gordon Carroll, David Giler, Walter Hill, 20th Century Fox

Lo xenomorfo

Ancora non hai capito con che cosa hai a che fare, vero? Un organismo perfetto. La sua perfezione strutturale è pari solo alla sua ostilità. 

ASh – ufficiale scientifico della nostromo

Da qui in avanti, è puro terrore. Le parole con cui l’ufficiale scientifico Ash (Ian Holm) definirà la creatura portata sull’astronave risuonano come un’implacabile sentenza. L’essere a forma di ragno morirà spontaneamente non prima di aver impiantato qualcosa dentro Kane, un embrione che si svilupperà in fretta liberandosi dal petto di Kane nella terribile sequenza della cena. 

Kane morirà. La piccola creatura fuggirà tra i corridoi oscuri della Nostromo pronta a completare la sua evoluzione. In poche ore crescerà diventando, come lo definirà Ash, “Un superstite… non offuscato da coscienza, rimorsi, o illusioni di moralità”. Un superstite alto più di due metri, dotato di artigli e zanne micidiali e con un solo obiettivo: sterminare l’equipaggio della Nostromo.

Solo Ellen Ripley (una straordinaria Sigourney Weaver) riuscirà a opporsi alla furia dello xenomorfo. La battaglia costerà la vita a tutto l’equipaggio, svelerà i piani della Compagnia (secondo la quale tutti i membri della nave sono “Equipaggio sacrificabile.”) e rivelerà la vera natura di Ash: un androide al servizio della Compagnia che poco a cuore le sorti di Dallas e compagni.

Copyright: Gordon Carroll, David Giler, Walter Hill, 20th Century Fox

Nello spazio nessuno può sentirti urlare

Nel 1979 Ridley Scott aveva 42 anni e Alien era il primo film di fantascienza con il quale il regista si misurava e probabilmente questo fu uno dei fattori che determinarono il successo della pellicola anche se all’epoca l’accoglienza da parte della critica non fu unanime. Qualcuno criticò Alien perché portatore di troppi elementi che esulavano dalla fantascienza di Guerre Stellari e di 2001: Odissea nello Spazio ma col tempo fu proprio questa caratteristica che contribuì a renderlo uno dei migliori film della storia del cinema.

A conti fatti il capolavoro di Ridley Scott si può ascrivere a più categorie (e infatti lo troviamo nella top ten di diverse classifiche di genere). È senza alcun dubbio un film di fantascienza con alcuni elementi molto forti a partire dalla misteriosa Compagnia Weyland-Yutani che diventerà vera eminenza grigia di tutto il franchise, passando per l’androide Ash e finendo con l’intelligenza artificiale della Nostromo, la fredda MOTHER. È un thriller claustrofobico dove il maniero spettrale o la casa infestata sono sostituiti dalla gotica astronave, dai suoi corridoi oscuri e umidi, dai cunicoli stretti e micidiali come i peggiori passaggi segreti. È un film horror perché la creatura, un vero e proprio mostro, uccide in modo sanguinoso, spietato, inarrestabile. E a tal proposito …

La grandezza del mostro

Molto del successo di certi generi cinematografici dipende dalla potenza, dal fascino e dalla grandezza del cattivo. Guerre Stellari ha in Darth Vader (o Fener) la sua più grande e rappresentativa icona, un cattivo furioso e inarrestabile che diventa catalizzatore di successo. Alien deve molto del suo successo a questa caratteristica raddoppiando di fatto gli antagonisti del film. C’è Ash, ambiguo e subdolo fino alla fine, un cattivo concettuale agli ordini della Compagnia che subisce, di fatto, anche il fascino del vero nemico. L’ammirazione dell’androide per l’alieno è di una forza prorompente: quale perfezione deve raggiungere una creatura selvaggia come lo xenomorfo per prendere il posto dell’uomo nella scala evolutiva di Ash?

E poi c’è lui, l’alien. Nato dalla mente dell’artista Hans Rudolf Giger (purtroppo scomparso nel 2014) e realizzato in collaborazione col grande Carlo Rambaldi (scomparso nel 2012, vinse l’Oscar proprio per Alien), lo xenomorfo è un concentrato di eleganza e inquietudine. Tutto nelle sue forme è terrore assoluto: la doppia bocca, le forme metalliche ma al tempo stesso organiche, il cranio lungo e lucido, gli artigli e la coda. È a suo modo sensuale (tutto il filma ha una sottotraccia che flirta con la vita, la sua genesi e un inquietante erotismo distorto), ma terrificante. Nega la biologia umana contrapponendosi all’uomo, ma poi la migliora e la completa diventando il culmine dell’evoluzione per come la conosciamo. Alien è orrore e fascino.

Copyright: Gordon Carroll, David Giler, Walter Hill, 20th Century Fox

Il terrore non invecchia

Perché Alien è un film che ancora oggi può fare scuola? Perché proprio come ne Lo Squalo (1975) di Spielberg, il mostro non viene mostrato subito. La costruzione è lenta, asfissiante nella sua capacità di creare tensione: siamo certi succederà qualcosa di terribile ma non sappiamo quando questo avverrà. I colori bui della Nostromo, una costante tensione tra i membri dell’equipaggio, l’astronave aliena sull’LV-426 così grande e al tempo stesso così asfissiante. Scott gioca al meglio le sue carte usando gli ambienti come fossero un personaggio del film, sfruttandoli per aggiungere carisma alla rivelazione dell’alieno. Che è lenta e in crescendo.

Prima il face-hugger che esce dall’uovo nel primo, vero picco di tensione del film. Poi quando le cose sembrano essere tornate alla normalità, quando l’equipaggio ride e scherza durante una cena, ecco che Scott pigia l’acceleratore presentandoci per il prima volta il suo mostro. Se è vera la legge del cinema per cui una delle cose fondamentali è come un personaggio entra in scena, qui Scott compie un vero e proprio miracolo: l’Alien si mostra dilaniando il povero Kane. La sua nascita, uccide. Poi il regista decide di non esagerare mai. Sfruttando la Nostromo e la sua oscurità, rende ancora più credibile l’eccelso lavoro datto da Giger e Rambaldi nella creazione del mostro. Ecco perché Alien è un film che invecchia benissimo.

L’eredità di Alien

Alien non è solo il capostipite di un franchise dalle potenzialità sconfinate (fumetti, spin-off, videogiochi, sequel e prequel incarnati da Prometheus e Alien: Covenant), ma ha anche ispirato personaggi e situazioni. Ellen Ripley per esempio è uno dei primi e principali personaggi femminili che escono dal consumato e stantio cliché della donna in pericolo che aspetta di essere salvata. È un personaggio completo e complesso, capace di determinarsi e carismatico. Non è un caso che il personaggio di Legs Weaver del fumetto Nathan Never tragga ispirazione da Ripley (Weaver, il cognome del personaggio, è un omaggio a Sigourney Weaver).

La grandezza di Alien poi è anche in tutti i piccoli dettagli che si incastrano nella periferia del mosaico narrativo composto da Scott. Se la narrazione è incentrata sulla lotta tra lo xenomorfo e l’equipaggio, tutto intorno ci sono temi profondi e inquietanti. La Compagnia e il suo cinismo economico. L’androide Ash e il pericolo delle forme di vita sintetiche. La creazione e la genesi: poco si sa dell’alieno ma appare da subito evidente che potrebbe essere stato creato. Gli alieni sull’LV-426, la loro provenienza, il perché si trovano lì. Tante, tantissime cose che si infilano sotto pelle finendo col trasmettere l’inequivocabile certezza che Alien è molto di più di ciò che appare.

Ecco perché Alien non è solo un film ma una pellicola eterna.

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