Ghostland – di Pascal Laugier

Tempo di lettura: 3 minuti

Adoro Pascal Laugier, anche se non ci andrei nemmeno a bere un caffè tanto mi preoccupa il funzionamento della sua mente. Lo adoro a tal punto da aver messo il suo Martyrs in cima alla mia classifica dei 20 film horror. L’ho adorato anche nel meno convincente The Tall Man (2012) perciò aspettavo con una certa trepidazione Ghostland (in Italia, La Casa delle Bambole). Laugier non mi ha deluso, anzi.
Pauline (Mylène Farmer) e le figlie Vera (Emilia Jones) e Beth (Taylor Hickson) sono in viaggio per trasferirsi nella casa ereditata dalla defunta zia. Vera è una ragazza giovane, appassionata di letteratura, che nutre una vera e propria venerazione per Howard Phillips Lovecraft tanto da scrivere storie che cercano di ricalcarne la grandezza. Beth è decisamente più concreta, poco interessata alle fantasie della sorella e anzi preoccupata per la disinvoltura con la quale Vera costruisce mondi inventati.
Pauline e le ragazze raggiungono la casa e qui inizia l’incubo. Vengono aggredite da due uomini, uno vestito da donna e l’altro enorme, deforme, mentalmente instabile e di certo portatore di una depravazione violenta. Tra le centinaia di bambole della casa Beth subisce la furia del gigante deforme ma Pauline riesce poi ad avere la meglio sui due criminali salvando le figlie.
Sedici anni dopo Vera è una scrittrice horror affermata ma proprio all’uscita del suo ultimo romanzo, “Incident in a Ghostland“, una chiamata di Beth spinge la donna a tornare nella ‘casa della bambole’ dove la madre vive ancora con la sorella. I terribili ricordi di quella notte riaffiorano trascinando fuori dal passato qualcosa in più di semplici memorie.

Laugier si concede qualche innocente flirt con l’immaginario di Thomas Ligotti e con i Soliti Sospetti (1995) di Bryan Singer (1995), poi si dedica anima e corpo alle proprie coordinate. Ghostland è una pellicola che ripropone molti dei temi a lui cari: protagoniste femminili scalpellate con grande accuratezza in tutto le loro caratteristiche, una violenza senza filtro che si perpetra e si ripropone in apparenza senza un vero e proprio scopo, specchi, inganni e riflessi che portano lo spettatore esattamente dove il regista vuole per poi precipitarlo in un luogo diverso. Un luogo inaspettato, oscuro, malato e disturbante.
A differenza di Martyrs però, Ghostland catalizza il lato più estetico e simbolista di Laugier. La bambola intesa come feticcio, come surrogato dell’essere umano, è insieme causa ed effetto del deliro che anima i due mostri del film. Il primo, l’uomo vestito da donna, ambisce a fabbricare bambole di carne, a esercitare su altri il mutamento che ha sperimentato per primo su sé stesso. Il secondo, orco deforme, demente e violento, trova nelle bambole (di carne o meno) l’esecrabile soddisfazione di perversioni infantili innestate in un corpo terribilmente adulto.
Poi ci sono la creazione, l’immaginazione, la potenza del mondo astratto. L’omaggio al formidabile impulso creativo che Laugier incarna omaggiando (solo omaggiando) H.P. Lovecraft. Se in Martyrs il dolore era la via di accesso al martirio, all’estasi sofferente in grado di penetrare gli ultimi segreti della creazione, qui il dolore apre la porta che conduce verso nuovi mondi, verso esistenze diverse desiderate e desiderabili. Verità ultima e universale contro finzione.
Il dolore è condanna e salvezza insieme. C’è, nella filosofia del male messa in scena da Laugier, un nichilismo costruttivo di un brillantezza inquietante.
Poi ci sono Pauline, Beth e Vera. Madre e figlie. Sorelle. Laugier investe le sue donne di una forza che distrugge e crea al tempo stesso. In Martyrs la protagonista era il mezzo per condurre dal dolore alla verità, in The Tall Man il veicolo tra morte e salvezza. Qui Vera è il sentiero che conduce alla creazione suprema di nuove realtà e Beth incarna le centinaia di minuscole briciole che possono (devono) riportare indietro. Al passato. O al futuro.
Ghostland non è un film semplice: è violento, spietato, disturbante. Ma conserva anche frammenti di luce al suo interno. Frammenti che brillano. Nonostante tutto, brillano.

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