I crimini di Grindelwald?

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Rifacendomi al genio di Leo Ortolani e riprendendo il suo George Miller scappato dalla casa di riposo per realizzare Mad Max: Fury Road, ho trovato la nuova versione (con i debiti distinguo) di David Yates per i due animali fantastici insolitamente frizzante. Lo scempio da lui perpetrato (non so quanto liberamente) ai danni de Il Principe Mezzosangue e de I Doni della Morte, violenza tutta incentrata sul depotenziamento di due romanzi stupendi in favore di una leggerezza tardo adolescenziale insopportabile, vieni qui compensato da guizzi oscuri che proprio da Yates non mi aspettavo. La cosa è sospetta, tanto da far venire il legittimo dubbio che Yates sia, in sostanza, un mestierante prezzolato in balia della produzione.
Fatta questa piccola premessa in odor di vaga polemica, ho trovato Animali Fantastici, in entrambe le sue declinazioni, piuttosto interessante. Il primo capitolo vagava senza un vero e proprio controllo, era molto dedicato all’introduzione di Newt Scamander (Eddie Redmayne), delle sue manie, e di tutti gli animali che danno il titolo alla pellicola. Aveva guizzi molto cupi anche slegati dalla figura complessa dell’oscuriale (penso alle scene di violenza domestica soprattutto) e un colpo di scena finale interessante ma in apparenza fine a sé stesso. Vero che la figura di Grindelwald apriva e chiudeva il film, ma tutto quello nel mezzo andava in direzioni più casuali.
Questo secondo capitolo, al netto di pregi e difetti (ci sono ovviamente entrambi, ma nel complesso per me prevalgono i primi), ha una caratteristica piuttosto interessante che mi ha stupito perché scivola fuori dal mondo magico della Rowling per intrecciarsi con la realpolitik, con un presente scomodo e di difficile lettura.
Il concetto ‘per il bene superiore‘ (un mantra che ritroveremo spesso nelle pellicole future) era già stato introdotto dalla Rowling nei romanzi di Harry Potter e ci aveva lasciato intuire che nel passato di Albus Silente (qui Jude Law) ci fosse qualcosa di oscuro. Un difficile dilemma che l’allora professore di Hogwarts cercava di risolvere: cosa fare della grande responsabilità derivata dall’enorme potere che lui e Gellert Grindelwald (Johnny Depp) incarnavano?

Al di là della pura narrazione, al di là delle suggestioni squisitamente potteriane (scopriamo che Voldemort in qualche maniera imiterà la grandezza di Grindelwald, i suoi Mangiamorte sono versioni più vaporose dei drappi scuri che i seguaci di Gellert scelgono come icone), la cosa che mi ha più stupito è la voluta attualità della pericolosa seduzione rappresentata da Grindelwald.
Il mago si rivolge a un pubblico molto vasto, tra la sua gente. Lo fa non intimorendo, come poi vedremo fare da Voi-Sapete-Chi, ma rivolgendosi alla parte, uso un termine molto in voga in questo periodo, sovranista del popolo magico.
Così alcuni maghi assetati di potere trovano nelle parole di Grindelwald una scorciatoia per scalare la piramide sociale del regno magico, altri come Silente pensano che a fronte di un mondo babbano sempre in balia di guerre e conflitti (siamo nel 1927, la Prima Guerra Mondiale non così lontana), una guida forte e illuminata possa portare pace duratura  anche pagando il prezzo di qualche effetto collaterale, altri ancora come Queenie Goldstein (Alison Sudol) vogliono ribellarsi alle leggi morali del mondo magico perché guidate da un puro amore che non trova modo di realizzarsi.
Grindelwald è tutto questo, è l’uomo forte che però sacrifica il proprio tornaconto personale per il benessere della collettività cui appartiene. E’ e diventa un martire. Viene incarcerato e sopporta stoicamente le punizioni che gli vengono inflitte sfidando poi equilibri politici secolari sempre sventolando il seducente vessillo del ‘bene superiore’. Catalizza comportamenti estremi, sacrifici estremi e costringe a scegliere (esemplare e simbolico il sacrificio di Leta Lestrange), in un modo o nell’altro: Gellert è una micidiale catalizzatore. Tolkenianamente parlando, siamo davanti alla pura nemesi della neutralità: nessun può scegliere di non scegliere nella scacchiera che Grindelwald ha preparato per sé, per i suoi avversari e per tutti gli altri.
Rispetto al male assoluto incarnato da Voldemort, a un cattivo quasi alieno nella sua pura malvagità, Grindelwald è molto più figlio dei nostri tempi e per questo non riesco a non trovare un collegamento tra questo Animali Fantastici e quando sta succedendo nel mondo reale.
Certo, I Crimini di Grindelwald è e resta un film fantasy, ma questa volta la Rowling ha deciso, mi si passi in termine, di sporcarsi le mani andando a frequentare zone molto più grige e torbide, molto più innestate nel mondo della Brexit, degli isolazionismi e delle recrudescenze nazionalistiche. Tanto che i crimini di Gellert Grindelwald diventeranno tali solo se guardati dalla parte della giusta (o sbagliata?) della storia. Vi ricorda qualcosa?

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Hill House, il passato e l’inferno

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Mi sono avvicinato alla serie Netflix di Hill House con un certo timore, lo stesso timore che chiunque abbia letto il libro ha provato al pensiero di vedere il complesso capolavoro di Shirley Jackson deformato (e forzato) in una serie televisiva con tempi e ritmi diversi di quelli di una solidissima narrazione. Fortunatamente Mike Flanagan, regista che apprezzo molto (suoi sono, tra gli altri, Oculus e Somnia), ha deciso di percorrere una strada diversa. Hill House, una casa che definire infestata è decisamente riduttivo, è ‘solo’ ambiente e suggestione. Nessun personaggio (a parte qualche doveroso omaggio), nessuna situazione riadattata, di fatto una storia nuova che sceglie come ambientazione la tremenda casa fatta di corridoi, angoli scuri e presenze sinistre.

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Rapporto di fine anno – 2018

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Il primo post di questo sito è datato 30 Novembre 2010 perciò sono passati otto anni dalla sua messa on-line, otto anni nei quali, come si dice, ne é passata di acqua sotto i ponti. Quest’anno per la prima volta però voglio prendermi il lusso di riepilogare con un post tutte quelle che sono state le mie attività letterarie, o para letterarie, dell’anno appena trascorso.
Perché?
Perché chi come me si occupa di letteratura con serietà e professionalità, ma nel risicato monte ore del dopo lavoro (quello che fa pagare le bollette, per intenderci), sa cosa si prova nel sentirsi sempre in ritardo. Sa come può essere logorante quel vago (ma persistente) senso di colpa del “non fare mai abbastanza”, di essere un passo indietro rispetto a non si sa bene cosa. Una spiacevole sensazione che spinge verso una sorta di bulimia creativa per la quale si scrive, si finisce un progetto, ma non si ha mai il tempo (o la forza) di goderne appieno perché “c’è sempre qualcosa di nuovo da fare”.
Insomma, un po’ per ringraziare chi mi segue, chi mi legge, chi mi ascolta, un po’ per tirare una linea oltre le quale osservare con quieta soddisfazione cosa si è fatto, ecco qui il mio rapporto di fine anno: tutto quello che ho pubblicato (e dove) nel corso dei dodici mesi appena trascorsi. Si vi siete persi qualcosa, se volete condividerlo o commentarlo qui o altrove, sapete di essere i bene accetti. Sempre e comunque!

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