IL TERZO Giorno A Midsommar

Tempo di lettura: 7 minuti

Negli ultimi tempi trovo molto affascinante, più che recensire, cercare punti di contatto tra prodotti di intrattenimento diversi, cercare qualcosa che li accomuni e che non abbia a che fare con questioni prettamente tecniche (o di produzione). Per come la vedo io ci sono due principali fattori che avvicinano prodotti differenti realizzati in un lasso di tempo limitato a qualche anno. Il primo riguarda le suggestioni da cui questi prodotti derivano, cioè quel terreno di coltura (o cultura) comune dal quale autori di generi simili traggono il loro sostentamento vitale. Per intenderci, sceneggiatori differenti di serie o film horror avranno letto e visto cose simili nella loro storia di fruitori. Il secondo fattore è il presente ed è qui che le cose si fanno interessanti. Guardare (e leggere) cose diverse, cercare un minimo comune denominatore tra loro e capire se questo denominatore può essere rappresentativo di una tendenza, di una percezione o meglio ancora della contemporaneità. O anche solo grattare oltre la superficie dell’oggi usando come scalpello prodotti di intrattenimento.

L’ho fatto in passato, che ricordi in quattro occasioni:

Questa volta il confronto riguarda Midsommar, film molto interessante firmato da quel genio di Ari Aster (vi ho parlato di Midsommar qui), e la recente mini-serie tv The Third Day targata HBO con un allucinato Jude Law e l’enigmatica Katherine Waterston. La potete trovare su Sky. Sì, lo ammetto, mi piace vincere facile. L’associazione si propone con una certa disinvoltura e si attorciglia tutta attorno a tre elementi: una comunità isolata, un grandissimo rispetto per tradizioni antiche che qualcuno oserebbe definire pagane (secondo la definizione più cristiana del termine ‘pagano’) e un elemento estraneo che arriva nella comunità evidenziandone tutte le particolarità.

In Midsommar l’outsider era incarnato da Dani (Florence Pugh), una ragazza che a seguito di un terribile lutto cercava appoggio e conforto nel fidanzato Christian senza trovarlo, è che si univa a lui in una vacanza presso una comunità rurale svedese, proprio durante i festeggiamenti per l’arrivo della mezza estate. Dani e i suoi amici si trovavano a superare un doppio trauma: il primo legato all’impatto con una società così diversa da quella frenetica e bulimica da cui provenivano, il secondo imperniato sulla scoperta di una violenza neutra basata su una mitologia tanto allucinata quanto impossibile da evadere.

In The Third Day il tema dell’outsider è elevato al quadrato. Inizialmente lo incarna Sam (un Jude Law in fuga, esattamente come Dani) e anche Sam arriva all’interno di questa comunità isolata (questa volta in senso letterale, con l’inquieta marea che sale annegando l’unica strada per l’isola di Osea), viene affascinato, terrorizzato e assorbito dai suoi riti, dalla sua mitologia. In The Third Day però c’è un secondo ‘estraneo’: Helen (Naomie Harris), la moglie di Sam. La quale, però, non subisce le suggestioni di Osea. Non come Sam, e non come Dani. Perché? Perché lei arriva sull’isola spinta da un desiderio meccanico, non una perdita, non un equilibrio smarrito ma una ricerca del tesoro, nel senso più concreto del termine. Un’esigenza economica che, in qualche maniera, la mette al riparo dalla seduzione che Osea esercita su chi entra in contatto con la sua comunità. E qui le cose assumono risvolti di contemporaneità.

Cosa c’è di affascinante in una comunità che trucida i suoi anziani? Che impernia il suo ordine morale sugli scritti di eletti deformi e dementi? Che sembra voler rifiutare la logica in favore di riti bizzarri, selvaggi e persino primitivi? Questo è la seduzione che Dani, in Midsommar, si trova a dover fronteggiare. E la sua resistenza viene piegata. Ma da cosa? Dalla comunione. Dal senso di appartenenza. Dalla percezione che c’è qualcosa di più importante della tua singola esistenza e dalla consapevolezza che ci sono persone disposte a portare su di loro il TUO dolore. Dal mondo in cui veniva Dani (dal mondo da cui veniamo noi), solitudine e dolore erano due facce della stessa medaglia. In quello del Midsommar il dolore e la solitudine sono nemici della società, veleni da contrastare, erbe malevole da estirpare. E cosa si è disposti a offrire in cambio? Cosa si è disposti a sacrificare in favore di una collettività così unita da condividere ogni frammento del tuo dolore? Tutto. E Dani sacrifica tutto. Anzi. Dani investe tutto ciò che ha rinascendo tra i germogli di una mezza estate.

Allo stesso modo, come può Sam accettare la seduzione di Osea? Come può desiderare l’appartenenza  a una comunità in cui i bambini vengono sacrificati in nome di una presunta discendenza, di una linea pura? Proprio lui, proprio lui che ha perso un figlio. Eppure Osea ha il suo fascino. In una rivoluzione copernicana che la vede al centro di ogni cosa – “Se le cose vanno male a Osea, vanno male in tutto il mondo” – ogni abitante dell’isola sa di avere un ruolo. Sa di dedicare la sua vita a un bene superiore. Sono tutte “brave persone“, quelle di Osea. Ed è la corrotta purezza del luogo, una contraddizione che non è poi così contraddittoria, il senso di libertà, di fuga da tutto tranne che da quelle tradizioni capaci di autoalimentarsi, a sedurre Sam.

La società reale, quella fatta di ingranaggi economici e di equilibri meccanici, sembra non avere medicine abbastanza potenti per lenire un grande dolore (la perdita di una famiglia, la perdita del figlio). E questo vale sia per Midsommar che per The Third Day. La società reale non permette di superare il dolore, la società reale mette in campo distrazioni abbastanza forti da poterlo accantonare, da poterlo sopportare, da farlo diventare abitudine. Mentre la condivisione da una parte e la consapevolezza di essere davvero elementi di qualcosa dall’altra fanno la differenza.

E infatti, Helen, prodotto della società reale, ingranaggio meccanico e non consapevole, arriva a Osea refrattaria alle sue promesse. Non ha dolore da offrire all’isola, non più almeno, non ha recettori da esporre al metabolismo virale della comunità. Perciò viene rifiutata. Con la metafora dell’acqua, del grembo materno, della posizione fetale di Helen e delle figlie la donna viene, di fatto, abortita da Osea. Come capitava a Christian in modo molto più violento, non c’è posto per lei a Osea come non c’era posto per lui nel villaggio di Midsommar.

Questa secondo me è la cifra più interessante e inquietante che Midosommar e The Third Day ci offrono (tra l’altro, secondo la Genesi il Terzo Giorno è quello in cui Dio divise la terra e le acque): la necessità di luoghi nei quali il dolore possa essere condiviso in modo differente. Non accantonato, non trasformato, non reso un’abitudine a cui non pensare troppo. Ma condiviso, in qualche maniera. Empatia e partecipazione. Midsommar e The Third Day. Ovviamente scegliere l’horror o il weird come catalizzatori rende ancora più evidente la dissonanza, rende più forte le prima scelta di Sam e quella di Dani. Ma il messaggio è chiaro: abbiamo bisogno di condivisione, abbiamo bisogno di empatia, abbiamo bisogno di qualcosa che nobiliti il dolore senza mortificarlo.

E il quesito più inquietante è: cosa siamo disposti a sacrificare per averlo?

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