L’inversione entropica di Christopher Nolan

Tempo di lettura: 6 minuti

Premessa: questa non è una recensione perché dal mio punto di vista, sotto molti aspetti, Tenet è un film molto complicato da valutare. Questo è un tentativo di inquadrare l’ultimo lavoro di Christopher Nolan inserendolo nel suo personale percorso (entropico?) iniziato nel 1998 con Following il suo lungometraggio d’esordio.

OSSESSIONE

Trasversalmente a temi e generi, c’è un comune denominatore in quasi tutte le opere di Nolan: l’ossessione. Un’ossessione multiforme che cambia di aspetto pur mantenendo costanti le sue coordinate tecniche. Così in Doodlebug, suo cortometraggio, il protagonista è ossessionato da un improbabile insetto che si rivela poi essere qualcosa di molto più complesso (trovate Doodlebug su youtube). In Following (1998) lo scrittore interpretato da Jeremy Theobald abbraccia l’ossessiva necessità di seguire sconosciuti per carpire segreti e trovare ispirazioni. In Memento (2000) c’è la ricerca della verità a ossessionare Guy Pearce e se analizziamo un suo film dopo l’altro – The Prestige (2006) non è forse il declino morale, umano ed etico di un uomo che per inseguire le proprie ossessioni finisce col perdere, letteralmente, sé stesso? – , troveremo che alla base della narrazione di Nolan c’è il desiderio, che diventa appunto ossessione, di qualcosa. Inception (2010) è sotto molti aspetti il film manifesto di questa tendenza: Cobb, così come Mal, sono artefici e vittime delle loro stesse ossessioni che in Inception si spingono fino a modificare il concetto stesso di realtà (per quanto anche in Insomnia (2002), già Nolan indugiava su come percezione e ossessione possano mettere sotto scacco l’essenza delle cose). Ma questa tendenza, a ben vedere, la ritroviamo in tutte le pellicole del regista. Lo stesso Intersellar (2014) è feticcio e rappresentazione dell’ossessione, questa volta di Nolan stesso, per lo spazio che lo ha formato come sognatore prima e creativo poi. E Batman … be’, il Cavaliere Oscuro di Gotham è un ricettacolo e un condensato di ossessioni. Ossessione, quindi: ecco il primo tassello del mosaico che è Tenent.

Copyright: Emma Thomas, Christopher Nolan

REALTA’?

Altro elemento fondamentale nella narrazione nolaniana è il concetto – no, mi correggo – la percezione della realtà. E quindi del tempo. E quindi dello spazio. Persino Dunkirk (2017), pellicola meno di genere in assoluto nella sinfonia endecafonica di Nolan, gioca con tempo e spazio. Ma di nuovo, più di tutti, è Inception ad alzare la posta nel gioco di scatole cinesi alla fine delle quali c’è, appunto la (non)realtà del mondo dei sogni. E qui le idee di Nolan escono dallo schermo come lo stesso regista ammette. Qualche anno fa, queste erano le sue parole legate al finale ‘aperto’ di Inception:

Ho l’impressione che con il passare del tempo tutti noi abbiamo iniziato, in un certo senso, a considerare la realtà come un cugino povero dei sogni. Io vorrei farvi riflettere sull’eventualità che i nostri sogni, le nostre realtà virtuali, tutte queste strutture astratte che ci piacciono e con cui ci circondiamo, sono in effetti sottoinsiemi della realtà.

E ancora, sempre più in dettaglio:

Cobb era fuori con i suoi figli, era nella sua realtà soggettiva. Alla fine, non gli importava più sapere la verità e questo ci porta forse a una conclusione: forse, tutti i livelli di realtà sono validi.

Diventa difficile non intravedere un pattern, un sentiero, una logica che in qualche maniera doveva portare Nolan a fare i conti con sé stesso, con la sua idea di predestinazione, con il presente, con il passato e con il futuro.

Copyright: Emma Thomas, Christopher Nolan

TENET

Tenet è la chiave di volta concettuale del pensiero del regista, maturata per dieci anni nella testa di Nolan (forse non un caso che la genesi di Interstellar e quella di Tenet, in qualche modo, si intrecciarono nelle mente di Nolan). Perché in Interstellar, Tenet si specchia: nel 2014 l’umanità del futuro, secondo Nolan, cercava di salvare quella del passato, nel 2020 il regista offre una visione del tutto opposto sui nostri discendenti. Perché da Interstellar fugge, rendendo tutto ben più materiale, terricolo, umano.

E come in Interstellar alla base di Tenet ci sono le ossessioni di Nolan. Quelle di Bruce Wayne, di Cobb di Borden e di Angier. Ma anche quelle di Christopher Nolan, l’uomo e il regista. C’è il pericolo/pregio dell’ignoranza, citata e ripetuta come un mantra da più di un personaggio. C’è la predestinazione che Neil (Robert Pattinson) affronta senza troppi se e senza troppi ma. E soprattutto c’è una visione che Nolan aveva, quella dell’affresco che occupa gli ultimi venti minuti del film, un intreccio verso cui ossessivamente muove tutto e tutti. Un intreccio che, qui non posso non parlarne, è Cinema con la C maiuscola. Nessuno, oggi, osa fare quello che Nolan tenta. Al netto di tutto il contorno.

C’è l’ossessione per il futuro, ovviamente. E chi non è ossessionato dal futuro? Un futuro che è depositario di un dolore mille volte più grande e distruttivo di quanto possa ferirci il presente . Il dolore non arriva dal passato, non arriva dall’inception di Cobb e della realtà alternativa che si può creare innestato un pensiero all’interno di un mente, ma proviene dal futuro. Da un futuro nel quale l’ignoranza a cui il Protagonista di Tenet, Neil e la stessa Prya si rivolgono è catalizzatore della decisione definitiva dei nostri discendenti.

C’è l’ossessione per il doppio. Tema affrontato da Nolan in Doodlebug e poi elevato all’ennesima potenza in The Prestige. Ma qui, in Tenet (evidenzio l’ovvio, parola palindroma) il doppio non è pericolo, non è perdita di sé, qui il doppio è salvezza. Vedere sé stessi è garanzia di essere dalla parte giusta del tornello.

Poi c’è l’ossessione di Nolan per la solitudine. Non quella di un uomo che non ricorda niente dei giorni che ha vissuto, come capitava in Memento. Non quella di un pilota che da solo combatte una guerra all’interno di un’altra guerra come capitava in Dunkirk. Qui l’ossessione è quella di Andrei Sator ed è un dilemma che Nolan già si era posto in Interstellar, con un pianeta sull’orlo del collasso, e che qui trova una risposta parallela, diversa, dolorosa e sotto molti aspetti ben più complessa.

Nolan ha chiuso un doppio circuito anche fuori dai suoi generi: prima è riuscito a catalizzare con il suo Joker il Raoul Silva dello Skyfall di Sam Mendes (per ammissione dello stesso Mendes), e poi con Tenet ha offerto una sua visione di una spy story alla 007.

Sbaglierò, ma questo Tenet potrebbe essere punto di arrivo e ripartenza nella brillante carriera del regista. Lo vedo come una sintesi di tutto quanto ha messo in campo Nolan negli ultimi vent’anni, lo vedo come una ‘ricostruzione entropica‘ degli ambiti umani e tecnici che ha esplorato.

A questo punto, non ci resta che aspettare.

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