[Recensioni Film] – ‘Lo Hobbit: la desolazione di Smaug’ di Peter Jackson

Tempo di lettura: 3 minuti

VOTO: ★★★☆☆

Cosa succede quando si decide di trasporre sul grande schermo un romanzo denso e breve come ‘Lo Hobbit’ e si decide poi di farlo con tre pellicole al posto di due?
Se anche ti chiami Peter Jackson (PJ), l’impresa non è priva di rischi e i limiti sia letterari che cinematografici della nuova trilogia tolkeniana sono in parte deflagrati con ‘Lo Hobbit: La Desolazione di Smaug’. La rete si è subito divisa in tre gruppi più o meno omogenei: chi lo odia, chi lo ama e chi ne riconosce pregi e difetti.
Per quanto mi riguarda PJ ha pagato il prezzo che non ha voluto saldare con il primo capitolo, uscito un anno fa. ‘Lo Hobbit’ aveva colpito nel segno anche se era conclamata la sua leggerezza di fondo rispetto all’epica de ‘Il Signore degli Anelli’. Eppure si era preso tempo e spazio, con le sue meravigliose licenze narrative (Azog, prima di tutto), per confezionare qualcosa di diverso, citazionista ma comunque di livello.
Poi cosa è successo? Si è trovato per le mani (o meglio, si è messo tra le mani) un secondo film che non doveva nemmeno esserci, e ha deciso di farlo durare quasi tre ore ottenendo qualcosa che assomiglia a un grande calderone di contenuti speciali da blu ray. Perchè la realtà dei fatti è che ne ‘La desolazione di Smaug’ non succede un gran che. Perchè molti personaggi entrano ed escono dalla narrazione senza lasciare traccia (Beorn, Thranduil, lo stesso Legolas). Perchè altri protagonisti vengono congelati (Azog, i nani) e bloccati nella loro crescita. Perchè alla solida (ma darla per scontata sarebbe un errore) maestosità visiva di Jackson non si accompagna un altrettanto robusta potenza narrativa.
La vera domanda è: PJ ha infine toppato? Ha esaurito la magia che lo ha accompagnato in tutti i suoi viaggi attraverso la Terra di Mezzo?
Per come la vedo io, no. Solo si è messo in una situazione dalla quale uscire senza sbavature era impossibile e la colpa di tutto, paradossalmente, è de ‘Lo Hobbit: un viaggio inaspettato’. Perchè? Presto detto. Il primo film era fanciullesco, scanzonato, burlone (a volte troppo) e fedelissimo al mood della sua controparte letteraria. Una favolta per bambini, ovattata di bontà e ambientata in una Terra di Mezzo troppo ricca per essere riassunta in trecento pagine. Quello aveva PJ come base di partenza, quello PJ ha realizzato. Ma poi cosa è successo? E’ successo che c’erano ancora il drago, Dol Guldur, il Negromante, il Bianco Consiglio, la battaglia dei Cinque Eserciti. Insomma, una mole di materiale ‘duro’, sanguinario e sanguigno, in una parola: epico.
Passare da ‘Lo Hobbit: un viaggio inaspettato’ a tutto questo senza soluzioni di continuità era impossibile. Distribuire le cose in modo equo nel secondo e terzo capitolo, un suicidio di tenuta.
L’unica possibilità era confezionare un film di transizione con pochi obiettivi ben precisi: smorzare l’atmosfera fanciullesca del capitolo precedente con una neutralità esasperata, consolidare un paio di cose e chiudere con il botto preparando il terreno per il vero film tolken-jacksoniano.
Se la vediamo in questo modo ‘Lo Hobbit: la desolazione di Smaug’ ha centrato ogni bersaglio. Bilbo-Freeman è stupendo. E’ uno dei pochi personaggi, se non l’unico, in perfetto stile ‘Lo Hobbit’. Riesce a essere credibile, con i suoi piccoli tic comici, in qualsiasi situazione ed è un toccasana per l’intera economia del film. Smaug è potente, magnifico, enorme. Lo scontro tra Gandalf e il Negromante è, finalmente, pura e scatenata magia. E nel complesso le cose si fanno serie: tolta la parte dei barili, non si ride scuotendo la testa.
La verità, come dicevo all’inizio, sta nel mezzo e non si può giudicare un film solo per le intenzioni o per quello che lo precedeva piuttosto che per quello che lo seguirà. ‘Lo Hobbit: la desolazione di Smaug’ non è il miglior film di Jackson ma è spogliato, a causa di errori passati e nella speranza di correggere ogni errore futuro, di quella poesia narrativa a cui PJ ci aveva abituato. Certo, alcune sbavature potevano essere corrette: Orlando Bloom recita controvoglia e si vede, perciò che senso ha volerlo a tutti i costi? L’introduzione non ci doveva essere e si vede. Messa lì, in quel modo, fa partire già con il piede sbagliato.
Ma in ogni caso, per come la vedo io, è comunque un modo onesto (e arrivati a questo punto non credo ci fossero alternative) di portare a casa il risultato in attesa del VERO film che ci aspetterà tra una anno. Datemi retta, ‘Lo Hobbit: There and Back Again’ (2014) sarà il capolavoro tolkien-jacksoniano che ci aspettavamo. E sarà anche grazie a questo bistrattato ‘La Desolazione di Smaug’.

di Maico Morellini

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Comments (5):

  1. Michele

    20 Dicembre 2013 at 19:53

    Fu più serio Franco Battiato quando con “Fleurs” passò direttamente dal vol.1 al 3°… bypassando magistralmente il 2° e riproponendolo dopo anni, per svincolarsi dall’obbligo della trilogia. Scherzi a parte: ho visto la Desolazione di Smaug l’altra sera e non mi è dispiaciuto ma si nota una certa diluizione, tipica dei film di transizione… E’ vero, non succede granché, ma si cominciano a percepire meglio i prodromi della trilogia dell’anello, rendendo affascinante una storia che ancora non è informata di ciò che noi già conosciamo! Questa faccenda dell’anno di attesa mi snerva.

  2. Marco Alfaroli

    21 Dicembre 2013 at 12:22

    Però i draghi seri devono avere quattro zampe più le ali, non due zampe e due ali/braccia… altrimenti si chiamano viverne. Mi sbaglio?

  3. Maico Morellini

    21 Dicembre 2013 at 13:00

    @Michele: sì, la penso come te. Rispetto a quanto ho letto in giro non è il disastro conclamato che alcuni dicono, ma di sicuro non è nemmeno un capolavoro. Come ha detto il cencis? Un film un po’ sciapo che però, secondo me, ha servito bene alcuni dei suoi scopi.

    @Marco: è una draverna. 🙂 Non ha le braccia definite ma sembrano attaccate alle ali.

  4. Marco Alfaroli

    22 Dicembre 2013 at 14:18

    Draverna o viverna non è un vero drago e Tolkien aveva descritto Smaug come il più classico dei draghi. Ho un amico imbestialito per questa scelta (immagino di PJ). Mi ha fatto notare quanto sia illogico che una draverna viva dentro un dungeon: sarebbe costretta a strisciare per via delle ali/braccia. Una creatura del genere è più adatta a stare aggrappata in cima a qualche rupe.

  5. Maico Morellini

    23 Dicembre 2013 at 09:13

    @Marco: ora che mi ci fai pensare, ma forse me lo ricordo male io, nell’intro de ‘Lo Hobbit: Un viaggio inaspettato’ Smaug non entrava in Erebor camminando con evidenti zampe anteriori? Mi pare marciasse a quattro zampe, e anche l’artiglio che sfonda la porta sembrava attaccato a un braccio vero e proprio. Questa sarebbe una leggerezza non da poco!

    Ho letto un po’ in giro e c’è gente che invece sostiene l’assoluta aderenza di Smaug ai draghi tolkeniani ma ammetto che sul tema specifico sono uno schiappa.

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