SOLO – A Star Wars Story – di Ron Howard

Tempo di lettura: 3 minuti

Piccola, doverosa premessa: non avevo aspettative di sorta su Solo e mi ero documentato ben poco prima di entrare in sala. Dal trailer, visto un paio di volte, mi era parso un possibile western stellare e dopo la visione posso dire che in effetti si tratta di questo. Una visione di frontiera, con tanto di assalto al treno, saloon, pistoleri, bari, miniere e chi più ne ha più ne metta. Io adoro il western perciò l’ipotesi di una contaminazione del genere mi affascinava. Lo dico subito, non sono rimasto deluso.
Solo funziona. E’ un film abbastanza caciarone, ma sotto certi aspetti è proprio Han Solo a essere caciarone. Viaggia controllato, non ha picchi di nessun tipo, non ha uno sviluppo imprevedibile, dosa ironia e azione in modo equilibrato e riesce anche a emozionare (quasi sempre andando a pizzicare qualche corda emotiva che ha a che fare con la Trilogia Classica). Insomma Ron Howard, che si è ritrovato un prodotto già maturo tra le mani, ha fatto bene il suo mestiere aggiungendo un tassello piacevole alla vita del contrabbandiere più spregiudicato della Galassia. Poi è un film farcito di citazioni e omaggi, mi pare di aver visto anche Edrio Two Tubes, personaggio che ritroveremo in Rogue-One e ci sono decine di riferimenti. La sequenza di Kessel poi è davvero riuscita e rende giustizia alla fantomatica “rotta di Kessel il 12 parsec”. Qualche difetto qua e là, ma cose di poco conto.
Quindi, sul film in sé, non posso che spendere parole positive: mi son divertito, mi sono emozionato ed era esattamente quello che, a posteriori, avrei voluto. Ci sono però un paio di aspetti secondo me più importanti nell’economia complessiva delle ‘A Star Wars Story‘ sui quali vorrei soffermarmi e da qui in avanti qualche spoiler, qui in mezzo, lo infilo. Lo ribadisco, non minano Solo. Il film mi è piaciuto senza ombra di dubbio.
Primo aspetto: la serialità. Avevo inteso (o sperato) che gli spin-off potessero essere pillole di Star Wars, frammenti sparsi di storie mai raccontate che si innestavano, più o meno direttamente, nel tessuto connettivo fondante la mitologia di Star Wars. Rogue-One si era posto in questo modo (pur essendo, di fatto, quasi un prequel) e Solo avrebbe dovuto farlo in modo ancor maggiore.
Ma non è stato così. Solo apre almeno un’altra linea narrativa che dovrà, in qualche maniera, essere chiusa. Se poi aggiungiamo che Alden Ehrenreich (l’interprete di Han Solo) avrebbe firmato per un totale di tre pellicole starwarsiane, l’ipotesi di un blocco di pellicole seriali innestate tra loro diventa quasi realtà. E se lo fanno per Solo perché non farlo per Obi-Wan, protagonista del prossimo spin-off? Questa operazione non mi convince fino in fondo, e non mi convince per due motivi. Il primo ha a che fare con il mio amore viscerale per Guerre Stellari: più maneggiano personaggi mitici, più rischiano di fare qualcosa che indebolisca la loro grandezza consolidata. E’ successo allo stesso Lucas quando ha voluto a tutti i costi modificare la sua visione, e lui aveva una visione. Qui entreranno e usciranno manciate di registi dal progetto, ciascuno legato con doppio nodo al timone economico prima che a qualunque affezione per la casa. Il secondo è la sovraesposizione: tutto, portato all’eccesso, finisce con lo stancare.
Secondo aspetto: Darth Maul. La sua comparsa crea uno spartiacque notevole tra quanto successo fino a oggi e quanto succederà da ora in avanti. La Disney ha ridefinito tutto ciò che è canone di Star Wars dopo l’acquisizione della Lucasfilm, lo ha fatto con un chiaro annuncio. In sintesi, adesso la Galassia lontana lontana è composta dagli eventi raccontati negli otto film PIU’ le serie animate Clone Wars e Rebels PIU’ tutti i romanzi e i fumetti usciti dal 2014 in avanti. L’inserimento di Darth Maul all’interno di Solo è il primo vero, importante e impattante effetto di questo nuovo canone. Se fino a ora fumetti, libri e serie animate avevano arricchito senza modificare sostanzialmente le versioni cinematografiche, adesso succede l’esatto contrario. Maul non muore su Naboo come tutti quelli che basano la loro conoscenza di Guerre Stellari sulle pellicole credevano, ma è vivo e complotta nell’ombra.
E’ un bene? E’ un male? Sinceramente ancora non ho una risposta. Di certo è un bel cambio di prospettiva per i fan di vecchia data o anche per coloro i quali si limitano a seguire Guerre Stellari nei suoi appuntamenti cinematografici.
Il perdurare del mito ha bisogno che una mitologia si crei, e perché questo succeda ci vogliono tempo, pazienza e sacrificio. Un progetto multimediale che intreccia film, fumetti, libri e serie televisive non può aspettare i tempi del mito.
Avremo più Star Wars, ma meno Guerre Stellari? A voi la sentenza.

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Ghostland – di Pascal Laugier

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Adoro Pascal Laugier, anche se non ci andrei nemmeno a bere un caffè tanto mi preoccupa il funzionamento della sua mente. Lo adoro a tal punto da aver messo il suo Martyrs in cima alla mia classifica dei 20 film horror. L’ho adorato anche nel meno convincente The Tall Man (2012) perciò aspettavo con una certa trepidazione Ghostland (in Italia, La Casa delle Bambole). Laugier non mi ha deluso, anzi.

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Il fallimento del futuro?

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Quando il futuro ha smesso di essere un faccenda di cui occuparci? Quando è diventato esclusivo demanio di multinazionali e governi? Mi guardo intorno e dal mio limitato osservatorio vedo che da una parte si ragiona di connettività, infrastrutture, intelligenze artificiali, gestione dei dati, ripristino e trasformazione in un grande corridoio informatico della vecchia Via della Seta (per fare un esempio). Dall’altra si è concentrati su un presente abbastanza misero (dal punto di vista concettuale), fatto di sussistenze, di paure, di contrazioni sociali, di ritorno ad alchemiche ricette ottocentesche, di esclusioni e di frammentazione del tessuto connettivo che dovrebbe tenere insieme tutto. Uno Jedi direbbe che abbiamo smesso di essere in comunione con la Forza.

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