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Robocop (2014), Carrie (2013), La casa (2013), Total Recall (2012) e la lista potrebbe continuare. Viviamo un periodo storico nel quale, per tanti motivi, l’originalità cinematografica sembra fiacca e priva di mordente. Molte delle energie creative più fresche preferiscono il piccolo schermo e il proliferare delle serie TV, che spesso si rivelano piccolo gioielli narrativi, ha senza dubbio azzoppato gli slanci creativi che prima erano propri del grande schermo.
E allora ecco che per non correre rischi al botteghino e per ‘vincere facile’ la folta schiera dei remake (o dei reboot) si arricchisce di nuovi capitoli. E di nuove delusioni. Questa riflessione nasce dal recente ‘Robocop’ di José Padilha ma si potrebbe ben adattare anche a pellicole ‘originali’ che soffrono tutte di difetti molto simili. Ho l’impressione che una bella fetta delle produzioni americane si sia ‘politicizzata’. Non nel senso di una presa di posizione rispetto a eventuali schieramenti politici. Ma piuttosto rispetto alle tematiche e al modo di affrontarle. Il cinema, o almeno un certo cinema di genere, ha la giusta ambizione di dare colore a un mondo a volte confuso o troppo indistinto. E’ ancora così? Continue reading →

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VOTO:★★½☆☆

Quando si scrive un romanzo di fantascienza concepire una bella ambientazione vuol dire partire con il piede giusto: permette di sviluppare i personaggi, viene in soccorso all’autore quando questo resta invischiato nella palude della sterilità creativa e crea curiosità nel lettore. Come è successo? Cosa c’era prima? Cosa succederà poi? Perché? Continue reading →

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Partiamo subito con quei piccoli e grandi dettagli che, ancor prima di vedere “World War Z”, potevano complicare la riuscita della pellicola. Per prima cosa una delle penne dietro la sceneggiatura era quella di Damon Lindelof che già tanti danni ha fatto a ‘Star Trek: Into Darkness‘ (2013). Poi WWZ si basava sul romanzo di Max Brooks (figlio di Mel Brooks) la cui struttura era quella di una storia costruita sulla base di tante interviste unite a tratteggiare un mondo invaso dagli zombie. Meccanismo narrativo piuttosto complesso già usato con poca fortuna da George Romero in ‘Diary of the Dead’ ma che NON è stato replicato all’interno del film. E per concludere si tratta di un film sugli zombie (o presunti), e in quanto tale deve per forza misurarsi con le creature di Romero, con il remake di Zack Snyder (‘L’alba dei morti viventi’, 2004 precursore dei morti viventi corridori) e con tutta una serie di film a tema, come ’28 giorni dopo’ (2002) di Danny Boyle. Continue reading →

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VOTO: ★★★★☆

La mia conoscenza con Lindqvist, lo ammetto, non è avvenuta tra gli scaffali di una libreria ma in un cinema e sotto il migliore del auspici: incrociai la trasposizione in celluloide (2008) del suo ‘Lasciami entrare’ letterario (2004). Era un periodo oscuro per l’horror cinematografico e rimasi del tutto deliziato dall’equilibrio, il coraggio e l’intelligenza della pellicola. Incuriosito, rincorsi allora il romanzo e non fui affatto deluso, anzi: Lidnqvist si confermava un autore illuminato. Da allora lo seguo con una certa devozione e questo ‘Muri di carta’ (scritto tra il 2002 e il 2005) è la sua quarta pubblicazione, questa volta sotto forma di raccolta di racconti.
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Gli zombi, soprattutto di recente, stanno vivendo una sorta di gloriosa rinascita sia per interesse letterario (di qualità altalenante), sia per il rilancio garantitogli dalla serie tv ‘The Walking Dead‘. Diversi autori hanno incrociato i guantoni con il non morto divoratore di uomini per eccellenza e se alcuni di loro lo hanno fatto con prodotti decisamente scadenti (penso a Seth Grahame-Smith con il suo pessimo ‘Orgoglio e Pregiudizio e Zombie) era legittimo sperare che qualche buona idea, prima o poi, emergesse dal calderone creativo letterario.
E’ questo il caso di Exilium. L’idea di base è semplice da un lato, e geniale dall’altro. Chi è stato il più grande estimatore degli inferi, della morte e delle oscure regole che colpiscono i peccatori? Chi ha decritto in modo talmente preciso l’inferno da far dubitare che le sue visioni non attingessero a fatti realmente vissuti? Credo che siano queste le due domande alla base del lavoro di Kim Paffenroth, che da esperto studioso di Dante quale è, ci dà (e si dà) una personale e stimolante risposta. Dante è riuscito a presentarci il destino dei peccatori con così grande dettaglio perchè durante il suo lungo esilio in Europa ha assistito a una temibile pestilenza capace di trasformare i morti in zombi. L’est europa, con i suoi misteri e le sue mitologie (il vampiro occidentali, tanto per dirne una, nasce proprio lì), diventa perciò lo scenario nel quale un sofferto e disincantato Dante deve affrontare se stesso e la minaccia dei non-morti.
Il romanzo si sviluppa in capitoli ognuno dei quali legato, in qualche modo, a ciò che Dante ci racconterà poi nel suo Inferno. Questo è l’unico limite del romanzo che diventa troppo ripetitivo nel proporre brevi capitoli densi di avventure, che mirano a spiegarci da dove Dante abbia preso ispirazione. E’ un difetto che si sente, ma che tende a pesare molto meno quando diventa chiaro cosa vuole dirci l’autore. L’Inferno dantesco era un percorso verso il basso, lungo i gironi, con l’obiettivo di raggiungere il diavolo stesso, che dominava i peccatori dal fondo dell’enorme pozzo rappresentato dal Poeta. Qui Paffenroth capovolge la struttura ma non il senso ultimo della narrazione: Dante con i suoi compagni deve raggiungere la vetta di una montagna per trovare la salvezza dagli strigoi, i non-morti, ed è qui che incontrerà l’equivalente del demonio.
Un percorso inverso, quindi, denso di richiami alla Divina Commedia. In più ho molto apprezzato, soprattutto nei primi capitoli, il punto di vista di un letterato come Dante nell’approcciare a lingue e luoghi sconosciuti. L’attenzione che Paffenroth gli attribuisce nei confronti delle parole, e dei suoi a esse collegati, è molto interessante.
In conclusione, un buon libro con una buonissima idea alla base. Peccato per quel difetto di cui ho scritto che tende a trasformare alcuni capitoli del romanzo in un mezzo troppo pretestuoso di narrare ciò che l’autore voleva trasmettere.

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Ecco finalmente, e dopo tanti, troppi anni, una produzione horror americana ben più che degna di questo nome. O meglio, un prodotto horror americano che finalmente stupisce, affascina e, perché no, rilancia in modo convinto le potenzialità del terrorifico bacino oltreoceano. Continue reading →

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Premetto che non apprezzo molto i romanzi scritti in prima persona al presente perciò ero portatore di una diffidenza di base piuttosto marcata verso ‘Il seme dell’odio’. Non so perchè ma hanno sempre sferrato un colpo piuttosto definitivo alla mia sospensione di incredulità: faccio fatica a calarmi nel romanzo quando chi racconta la storia mi parla come se fossimo al bar. Sensazione che si è molto acuita, complice una stile che non condivido per niente, procedendo nella lettura.
Andiamo con ordine. La storia, di per sé, non è originalissima: quella che sembra essere un’inspiegabile epidemia trasforma alcune persone in ‘hater’, odiatori, e oltre a potenziarne aggressività e riflessi, li spinge a uccidere i non trasformati con una furia al limite dell’umano (il confronto con il riuscito ‘28 giorni dopo’ è inevitabile, anche per ambientazione inglese). La narrazione perciò si divide in un primo blocco nel quale il protagonista, insieme alla sua famiglia e alla classica e abusata reticenza del governo, si trova ad affrontare la crescente intensità dell’epidemia. Il secondo e più breve blocco è più dinamico e denso di azione.
Da un certo punto di vista è proprio in questa seconda parte che si concentrano i pregi (e i difetti) del romanzo. L’autore infatti pare dimenticarsi di alcuni assiomi a cui ci aveva abituato nei primi capitoli e gli ‘hater’ dimostrano un’insolita capacità logica. La cosa, in sé, racchiude idee interessanti ma appare un salto concettuale un po’ troppo rapido e robusto rispetto a come ci era stato descritto tutto nelle pagine precedenti.
Il fatto che il libro sia il primo di una trilogia, da un certo punto di vista, tranquillizza un po’ rispetto all’evoluzione di ciò che Moody ha iniziato a tratteggiare nel finale del romanzo ma il fatto che abbia cambiato le carte in tavola in corso d’opera, mette a rischio la coerenza del tutto.
Una cosa che invece ho trovato poco digeribile dall’inizio alla fine è lo stile: l’eccessiva volgarità e il modo molto yankee e americano di esprimersi di tutti i personaggi trasforma ogni dialogo e ogni riflessione in uno stereotipo poco convincente. Nessuno parla o pensa in quel modo se non in una versione hard boiled di seconda mano.
Insomma, prima di consigliarvelo aspetto di leggere come Moody chiuderà l’arco narrativo e come si distaccherà da quello che poteva sembrare un ‘semplice’ survival horror a base di zombie intelligenti.

Nota interessante a margine: pare che Guillermo Del Toro abbia opzionato il romanzo per farne un film. La stima che ho per Del Toro fa sì che il progetto risulti molto molto atteso.

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Ebbene, dopo aver pubblicato l’intervista ai due registi di Eaters proprio su questo sito, e dopo essermi procurato il blu ray del film non senza una certa fatica (la distribuzione italiana è praticamente inesistente, ma questo non per colpa dei registi, anzi), sono pronto a una recensione del primo zombi movie italiano dopo secoli che questo genere non calcava il palco nazionale.

Come gli stessi Luca e Marco hanno ammesso il film è ricco di omaggi al Maestro dei Morti Viventi, George Romero, e la stessa ambientazione ricorda molto ‘Il Giorno degli Zombi‘: il mondo è in mano ai non morti e noi facciamo la conoscenza di un manipolo di ‘eroi’ (seppure i due protagonisti Igor e Alen non hanno per niente i tratti tipici degli eroi nel senso positivo del termine, anche perché condividono il desco con personaggi ben poco raccomandabili) al servizio di uno scienziato che vivono una giornata dopo l’altra senza un vero obiettivo. Il mondo (dopo una coraggiosa panoramica iniziale vista attraverso i mezzi di informazione che ci mostra la diffusione della pestilenza, pare per mano di un Predicatore folle noto come l’Untore) è in rovina. Le nascite sono a zero a causa di una pressoché globale infertilità femminile (in questo ricorda ‘I Figli degli uomini‘ e lo scienziato pazzo Gyno, e questo è un tocco di originalità che solo gli ultimi film di Romero sembrano accennare, ha come scopo quello di creare una razza ibrida uomo-zombi in grado di ripopolare la Terra.
L’ambientazione, quindi, è piuttosto classica e le location richiamano la devastazione di romeriana memoria. L’utilizzo della computer grafica non è eccessivo e i mangia carne sono realistici e convincenti. In più, anche se a qualcuno può far storcere il naso, c’è una marcata ironia tutta italiana che avvolge l’intera pellicola. Dai neo nazisti con il ‘piccolo Fuhrer’, al pittore di nature ‘morte’ che più morte non si può. L’interazione tra i due protagonisti funziona e seppure a volte i dialoghi paiono un po’ surreali. E le caricature di situazioni e contesti sono convincenti. Tutto questo ci viene mostrato attraverso il viaggio dei due protagonisti, attraverso i canoni di un classico road movie, ma nel panorama desolato di un mondo sull’orlo della follia.
Insomma, non si tratta di un film privo di difetti, primo dei quali forse tentare di raccontare tanto di tutto (c’è anche una critica sociale al mondo dell’informazione ma poco accennata e anche una storia d’amore che però fatica a decollare) ma rispetto a pellicole che hanno avuto più risalto (penso al francese ‘The Horde‘) ha decisamente dei numeri in più. Ha un certo coraggio, non è privo di una certa originalità, non è priva di zombi e di sicuro merita molto di più di quanto gli è stato concesso, soprattutto sull’ostile suolo italiano.
Tra le altre cose, la colonna sonora è veramente azzeccata. Insomma, se amate gli zombi e i road movie io ve lo consiglio.

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Eaters
Di seguito un’intervista da me realizzata a Luca Boni e Marco Ristori (nella foto qui sopra in dolce compagnia), creatori della EXTREME VIDEO e soprattutto creatori di ‘Eaters’, zombie movie italiano. In bocca al lupo ragazzi, e grazie della disponibilità. Questa intervista è uscita sul Living Force Magazine n°30.

Parlando di ‘zombi’, è impossibile non nominare George A. Romero. Cosa pensate dell’evoluzione che i suoi film passati e presenti stanno seguendo?
Se da un lato consideriamo Romero come uno dei più importanti e fondamentali autori del cinema, creatore di pellicola storiche, dall’altro non possiamo non notare l’abbassamento del livello delle sue ultime produzioni come Diary of the Dead e Survival of the Dead. Specialmente quest’ultimo – che abbiamo visto in anteprima dal Sitges Film festival 2009 – ci ha lasciati alquanto perplessi; questo non toglie che Romero sia per noi un autentico mito.
Nel vostro background ‘formativo-zombi’, che ruolo rivestono, se lo rivestono, i recenti videogiochi a tema non-morti e, ovviamente senza voler fare un parallelismo con i videogame, i film anni settanta-ottanta italiani a tema?
E’ impossibile non vedere in Eaters dei rimandi al mondo dei videogames. Siamo fans di giochi come Left 4 Dead ed ovviamente Resident Evil ed il nostro stile ne risente; non dimentichiamo poi che veniamo dal mondo dei videoclip quindi prediligiamo il ritmo più incalzante tipico dei videogames. Per quanto riguarda invece rimandi al genere italiano, possiamo dire che in Eaters non ce ne sono. Conosciamo a fondo il cinema di genere nostrano di quel periodo, ma crediamo che sia importante andare avanti senza fossilizzarsi su stili ormai passati.
Strettamente collegata alla domanda precedente vorremmo una vostra opinione sul panorama italiano horror degli ultimi anni. E’ facile fare horror in Italia?
Molto difficile. E’ difficile trovare soldi, è difficile trovare storie interessanti, è difficile scrollarsi appunto di dosso la tradizione. Fortunatamente ci sono eccezioni che confermano la regola come l’ottimo At the end of the day di Cosimo Alemà, un thriller/horror efficace e splendidamente realizzato. Per il resto il panorama è piuttosto scarno ed i prodotti che escono non sono particolarmente interessanti.
Recentemente sono usciti registi europei che hanno trattato l’horror in modo molto più maturo di quanto faccia Hollywood. Balaguerò, Aja, Bayona, Marshall, Laugier.
Cosa ne pensate di questo nuovo horror europeo?
Lo adoriamo. I registi europei hanno spesso una maggiore sensibilità e una maggior voglia di rischiare rispetto ai registi statunitensi ai quali spesso vengono  tarpate le ali dalle grandi produzioni. Non per nulla il nostro mentore è Uwe Boll…tedesco impiantato in Canada e forte sostenitore del cinema indipendente.
Avete avuto contatti con Dario Argento che, nel 1978, era stato coinvolto a più livelli con ‘Zombi’ di Romero?
No.
Veniamo a Eaters. Qual’è l’idea di base del film, e che gestazione ha avuto prima di divenire uno script, e poi un film?
Eaters è uno zombie movie molto classico ad ha l’impostazione di un road movie. Volevamo innanzitutto fare un film divertente e godibile, senza prenderci troppo sul serio e senza la volontà di ricercare chissà quale originalità. La gestazione è durata circa 3 anni prima che riuscissimo a mettere su il gruppo col quale poi abbiamo prodotto il film. Sono stati tre anni abbastanza duri fatti di rifiuti e porte in faccia, ma alla fine ce l’abbiamo fatta e questo è quello che più conta. E’ tremendamente difficile fare un film del genere senza soldi, ma la mancanza di risorse fa sì che si usi l’ingegno per risolvere problemi e situazioni. Ecco, se dovessimo paragonare il nostro modus operandi a quello di un autore italiano, questo sarebbe il grandissimo Mario Bava.
Quali sono state le difficoltà maggiori, sia in fase di script che in fase di realizzazione, che avete incontrato?
Il un film low budget tutto è difficile, dalla pre alla post produzione. Durante le riprese non abbiamo avuto particolari problemi. Ce ne sono stati molti invece in fase di pre-produzione e post-produzione anche perchè eravamo solo in due a gestire tutto. In un film del genere la pre-produzione e l’organizzazione sono elementi fondamentali per la riuscita del progetto; tutto deve essere pensato e preparato nel dettaglio altrimenti sul set sorgono problemi di ogni tipo. Il lavoro di post-produzione è stato immenso dal momento che Eaters ha una enorme quantità di effetti visivi ed di innesti in CGI. La CGI è indispensabile per un film post-apocalittico fatto con due soldi!
Come ha reagito il mercato italiano all’idea del vostro prodotto? E, per contro, come siete entrati in contatto con Uwe Boll?
L’ Italia non ha avuto nessuna reazione, ma ne eravamo ben consapevoli fin dall’inizio. Boll invece si è dimostrato subito interessato al progetto e lo ha seguito sin dagli albori. Eaters è adesso nel catalogo della Boll World Sales e siamo rappresentati dalla Event Film, una società appunto di Uwe Boll. Boll è una persona molto attenta alle realtà indipendenti ed è un uomo con un grande senso degli affari. Siamo stati fortunati ad incontrarlo.
Senza rivelare troppo della trama, dal trailer si capisce che ci sono sviluppi inediti sugli zombi: la capacità di parlare, si accenna anche alla loro capacità di riprodursi.
Queste innovazioni, sono alla base del filone narrativo del film?
Esattamente. E’ proprio questo l’aspetto innovativo che abbiamo inserito nel nostro film che, come dicevamo, ha un’impostazione della storia comunque molto classica. Il merito va anche al nostro co-sceneggiatore Germano Tarricone che ha contribuito attivamente alla scrittura della sceneggiatura. E’ difficile trovare un elemento orignale quando si parla di zombi…!
A livello di appassionati horror come possiamo essere noi di Yavin 4, avete trovate interesse per il vostro progetto? Noi crediamo che sia anche grazie a ‘pionieri’ come voi che l’horror possa tornare a rivestire un ruolo importate nel cinema italiano. Avete quindi avuto buone risposte dalla ‘base’ di appassionati?
Fuori dall’Italia c’è molto interesse per il nostro film e ne siamo molto contenti. festival, siti e riviste specializzate si stanno interessando sempre di più grazie anche al lovoro promozionale della Event Film. Molti sono i paesi che hanno già acquistato i diritti e speriamo che se ne aggiungano altri nei mesi a venire. Eaters è proprio un film di nicchia per appassionati del genere e speriamo di non deludere le aspettative.
E qui di seguito, ecco il trailer:

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Questa recensione/analisi è stata pubblicata integralmente sul numero 30 del Living Force, fanzine del Fan Club Yavin 4.

Sgombriamo subito il campo da facili fraintendimenti: non sto parlando della possibile presenza di un non-morto come concorrente alla prossima edizione del grande fratello. Anche perché, e lo dico senza timore di smentita, ho come l’impressione che non sarebbe proprio una novità. Chiarito di cosa non ci vogliamo occupare, andiamo nel vivo di questa breve recensione.
Una delle tendenze che si è andata via via rafforzando negli ‘zombie movie’ proprio a partire dal 2005 (data di uscita del romeriano ‘La terra dei morti viventi’) è stato l’approccio laterale all’invasione dei morti-viventi. Non più pellicole incentrate su come il mondo reagisce alla minaccia degli zombi, ma spaccati di come ecosistemi ridotti si rapportano all’imponderabile prosperare dei mangiatori di uomini (penso a ‘L’Orda’, ‘Diary of the dead’, ‘Survival of the dead’, etc). Continue reading →