The MandalorIan: CONFESSIONE DI UNA MENTE PERICOLOSA.

Tempo di lettura: 8 minuti

Come è ormai mio uso e costume, arrivo a parlare di The Mandalorian qualche settimana dopo la fine della seconda stagione. Quella che ha scaldato anima e cuore (il mio compreso) di molti (se non tutti) gli appassionati fan di Guerre Stellari. Premetto: ho pianto più volte tra il capitolo XIII e il Capitolo XVI, perciò le mie emozioni, i miei tremori, la mia passione e il mio amore per la saga delle saghe è assolutamente entusiasta di ciò che ho visto. Ma considerato che non sono più un giovane imberbe che muove i primi passi nella “galassia lontana lontana” più amata del firmamento, ci sono altre considerazioni che alla mia età non posso non fare. Dividerò questa mio flusso di coscienza in capitoli cercando di inseguire il mio frammentato flusso mentale.

CAPITOLO 1 – LA BASE DEL SUCCESSO

L’ecosistema di Guerre Stellari è, in potenza, un contenitore straordinario di quasi qualunque cosa. George Lucas e l’Expanded Universe (l’insieme di cartoni animati, serie tv, romanzi e film che la Disney ha riconosciuto come Nuovo Canone, una sorta di Nuovo Ordine disneyiano) possono, di fatto, prestarsi a qualunque tipo di narrazione. Ci può essere l’epica, ci può essere l’ironia di Solo, ci può essere il sacrificio di guerra di Rogue One. E ci può essere anche un far west ante-litteram con pistoleri, sceriffi, cacciatori di taglie, eroi crepuscolari e riluttanti che si muovono alla periferia di un’occidente decaduto con la fine dell’Impero.

La capacità camaleontica dell’universo narrativo concepito da George Lucas (di certo non in tutte le sue parti, ma di sicuro è stato capace di renderlo davvero molto flessibile) è quindi il mattoncino genetico fondamentale che lo rende adatto quasi a ogni tipo di esperimento. Jon Favreau ha preso la palla al balzo, ha studiato per bene il manuale di Vogler sul viaggio dell’eroe, ha setacciato la mitologia di Mandalore e ha concepito Mando, pistolero senza paura e senza casa, che vaga nella galassia alla ricerca di sé e di uno scopo.

Copyright: Disney Company
CAPITOLO 2 – LA RICETTA DEL SUCCESSO

Gli ingredienti c’erano tutti. Un Universo iper-duttile e capace, in potenza, di qualunque cosa. Una mitologia e una condizione politica definita – siamo poco dopo la battaglia di Endor, quando l’Impero perde pezzi e la Nuova Repubblica sembra il futuro – un personaggio con i contro fiocchi e il baby Yoda, uno stratagemma narrativo (e a servizio dei fan) che fa bruciare la tappe a Mando nella sua evoluzione da ‘cinico cacciatore di taglie’ a ‘ribelle e coraggioso padre putativo’. Evoluzione che si esaurisce in due episodi, va detto.

Jon Favreau poi non è uno sprovveduto. Il Guerre Stellari di George Lucas aveva reso pop il mito attingendo a piene mani dall’epica, Favreau rende pop il pop. Strizza l’occhio all’immaginario collettivo e lo ripropone in salsa mandaloriana offrendo decine di riferimenti extra Guerre Stellari: abbiamo rimandi alla Suicide Squad di Harley Quinn, ai Tremors, allo Smaug tolkeniano e agli arceri di Città del Lago, alla Contessa Nera Elizabeth Bathory, all’Alien di Ridley Scott e persino una spruzzata dall’Aragog potteriano. Nessun plagio, ma di fatto Favreau sussurra all’orecchio dello spettatore offrendogli cose che conosce rese ancora più pop dal western per tutti di Mando & co. Di più: soprattutto nella prima stagione lo spettatore sa più o meno cosa accadrà in ogni episodio ma non per questo lo gradisce meno.

Favreau e soci servono un piatto saporito che però ha esattamente il sapore che ci si aspetta. Intendiamoci, non è un male ma non è nemmeno una grande innovazione in termini di creatività. La semplicità può comunque emozionare e a volte sentirsi a proprio agio non è così sbagliato, anzi. Personalmente ho provato la sensazione che provo quando vado (andavo, ahinoi) nel ristorante di fiducia: mi piace, so quali sono i piatti migliori, finisco soddisfatto ma mai del tutto stupito.

Eppure, mio malgrado ma con mia somma gioia, le cose stanno per cambiare.

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CAPITOLO 3 – IL FANTASMA DEL NATALE PASSATO

Nella prima stagione Mando esplora la galassia, ci racconta un po’ del suo passato, incontra personaggi belli tondi (Cara Dune più di tutti, con la sua lacrima di Aldeeran) e lascia intuire l’esistenza di un mondo oltre lo specchio, di un piano occulto incarnato dal Gran Moff Gideon che ha a che fare con il sangue del baby Yoda. In più gli affida uno scopo e una missione secondo il credo mandolariano: “Questa è la via“.

La seconda stagione parte col freno a mano tirato. Favreau e soci prendono la quest di Mando e la usano come scusa per far andare un po’ di qua e un po’ di là il nostro pistolero. Poi cosa succede? I rimandi alla mitologia di Guerre Stellari si fanno sempre più forti. Iniziano con gli oggetti tramite (l’armatura di Boba Fett) e poi proseguono sempre più intensi, sempre più forti. Il capitolo XIII è lo spartiacque definitivo ed è quello che mi ha fatto piangere la prima volta. Due spade laser, tra le nebbie di Corvus. Cervello spento, cuore a mille.

La forza è ciò che dà al Jedi la possanza

OBI-WAN KENOBI

Parole che pronuncia Ahsoka Tano citando Obi-Wan Kenobi. E qui ogni difesa che avrei potuto opporre, ogni tentativo di mantenere una qualunque forma di oggettività, viene semplicemente annichilita. Poi basta leggere ‘Grand Ammiraglio Thrawn‘ per farmi perdere sette battiti. Inizia una maratona di quattro episodi che mi faranno dimenticare chi sono, dove sono e persino perché sono. Il fantasma di Dickens mi porta un passato da straziarmi il cuore.

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CAPITOLO 4 – COSE CHE SI FANNO CON LA FORZA

Boba Fett. Il Grand’Ammiraglio Thrawn. Ahsoka Tano. Le parole di Obi-Wan Kenobi. Yoda che viene solo nominato ma che anche adesso, solo a scriverlo, mi fa venire la pelle d’oca. La mitologia dei Jedi. Lo Slave I (la nave di Boba), lo bombe sismiche. Quel faro azzurro che ‘richiamerà qualcuno che possa addestrarlo’, il caccia Ala-X e VoiSapeteChi.

Citando Theoden, asserragliato sul Trombatorrione: “What can men do against such reckless hate?“. E cosa posso fare io, umile scriba, quando vedo una lama verde accendersi, quando vedo gli Oscuri fermarsi perché, pur essendo soldati robotici, sanno che stanno per affrontare un vero nemico, quando SO cosa sta per succedere? Nulla. Posso arrendermi e, lo dico senza vergogna, piangere. Piangere perché vedo ciò che avrebbe potuto essere, vedo un Maestro Jedi all’opera e pazienza se tutti gli altri, Mando compreso, passano in secondo piano per quei minuti fatali. Pazienza se la sua evoluzione, che c’è, lenta ma a suo modo elegante, viene messa in formalina. Grogu avrà il suo addestramento (l’integralista che è in me si chiede per un istante “Possibile che nessuno ne abbia fatto parola nell’ultima Trilogia?” ma poi fa spallucce e si gode il momento) e io ho riavuto la mia felicità.

Però. Dopo i titoli di coda. Dopo aver visto che faranno una serie su Boba Fett, cosa resta?

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CAPITOLO 5 – NON TUTTO QUEL CHE È ORO BRILLA, NÈ GLI ERRANTI SONO PERDUTI

Cosa resta, dicevamo? Un dubbio. Il dubbio che gli sceneggiatori abbiano di fatto gettato la spugna. Il dubbio che la ricostruzione di un universo di Guerre Stellari del tutto nuovo, o con solo qualche richiamo alla mitologia dimenticata della Vecchia (e Sacra) Trilogia non sia appetibile. Perché? Perché il piatto servito da Favreau è diventato gourmet solo quando lo sceneggiatore ha spinto richiamando il passato glorioso di Guerre Stellari. I tentativi di innovazione – il culto mandaloriano, Gideon, Mayfeld e le sue interessanti disamine sulla guerra – quasi del tutto strangolati o messi in ombra. E, se si setacciano le pepite dal fondale dello Yukon che The Mandalorian rappresenta, l’oro che brilla di più è targato ‘passato’ e ci sono tanti pezzi di roccia che brillano, ma che oro non sono. Episodi riempitivi che fanno da scendiletto a VoiSapeteChi e tutti i miti del passato.

Non è rischioso? Non è castrante sviluppare una storia sapendo che poi si arriverà lì? Quali innovazioni può permettere una narrazione che, per scelta o per paura, per amore o per mancanza di idee, ci porta sempre in quella fetta di galassia lontana che conosciamo, che amiamo, che adoriamo?

Chiaro che ne voglio ancora. Chiaro che ho pianto. Chiaro che piangerò. Ma non posso fare a meno di pormi queste domande. Amo troppo Guerre Stellari per non farlo.

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Comments (2):

  1. Pier

    30 Dicembre 2020 at 13:35

    Bravo, giusta analisi emozionale. Potremmo dire la sci-fi e la sua crisi d’identità. I tempi cambiano, come i piatti e le pietanze cambiano ma … un buon piatto di cappelletti, saranno vecchi, conosciuti, ma se fatti bene fanno sempre scendere una lacrima .. Sarà che li abbiamo conosciuti da bambini.. sarà che hanno accompagnato la nostra crescita.. ma una cucchiaiata di cappelletti o di R2-D2 (ops ! C1-P8.. piatti italianizzati!!) scaldano sempre il cuore.. “arduo da vedere, il lato oscuro è.. “ Yoda.

  2. Maico Morellini

    31 Dicembre 2020 at 08:46

    Pier proprio così! Però un pezzettino di cervello lo buttiamo nella minestra. 🙂
    Grazie del commento!

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