Percezione, realtà e inganno

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Lo spunto per questa riflessione nasce in tre fasi: la prima fase è stata un’ottima cena annaffiata da un buon vino rosso, la seconda il torrido caldo di queste settimane e la terza, ultima ma non ultima, la notizia di questi giorni sullo stop da parte di Facebook alla comunicazione tra due intelligenze artificiali.
Scremate tutte le suggestive teorie fantascientifiche lo staff del social ha deciso di interrompere l’attività delle due IA perché queste comunicavano tra loro utilizzando un linguaggio poco comprensibile agli esseri umani. Ma non per il desiderio di ingannare i loro creatori, quanto per una mancanza di alternative: non erano state formate nel modo corretto (in sostanza, semplifico, non sapevano l’inglese) e hanno tentato di comunicare con i soli strumenti di cui disponevano. Sotto molti aspetti questo è un atteggiamento molto, molto umano.
Anche noi affrontiamo la realtà in tutte le sue molteplici sfaccettature con gli strumenti di cui disponiamo. Formazione culturale, formazione emotiva, interessi, esperienze, interazioni con altri esseri umani. E informazioni. In un mondo connesso ventiquattro ore su ventiquattro un ruolo sempre più importante lo rivestono le informazioni. Che siano veicolate da social network, piuttosto che da siti di informazione, piuttosto che da pagine di giornale o servizi televisivi poco importa. Una volta consolidato il proprio carattere, una volta interiorizzate le esperienze formative di base, la fetta principale di variabili sono le informazioni. Soprattutto se consideriamo l’attuale assetto del mondo cosiddetto occidentale.

Informazioni

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Certo come vengono gestite dipende dal nostro impianto emotivo di base, ma vista la loro mole, la persistenza con la quale ci investono, hanno di certo un ruolo fondamentale. E temo questo ruolo sia molto sottovalutato, ma questo è un altro discorso. Tornando al punto la valanga di informazioni che ogni giorno ci transitano attraverso diventa, di fatto, uno strumento di comunicazione. Un nuovo linguaggio comune quasi spontaneo, proprio come il robotese delle due IA che non avevano altri strumenti a disposizione. I concetti diventano forma, anche perché spesso concetto ed emotività sono veicolati insieme (ne avevo parlato per sommi capi in questa riflessione anticipando un po’ il tema delle IA). Ma cosa succede se le informazioni, se questi concetti, iniziano ad andare in conflitto con la realtà? Cosa succede se una componente del nostro linguaggio diventa inadeguata rispetto a quanto viviamo, o dovremmo vivere, ogni giorno?
Faccio un esempio: dal punto di vista pratico/astratto (pratico/astratto perché sono cose concrete ma senza fisicità, all’economia e alle informazioni non puoi stringere la mano) viviamo in un mondo che non ha più nessun confine. I capitali DEVONO girare liberamente, la nostra economia lo richiede, gli investimenti non possono essere rallentati altrimenti il modello di sussistenza globale (o meglio il modello di una parte di mondo). Le informazioni ancora di più. Sarebbe terribile pensare di postare una foto su Instagram senza che qualcuno dall’altra parte del mondo possa vederla nello stesso istante. Alla stessa maniera tra l’invio e la ricezione di una email DEVE passare meno di un secondo. Settimane tra l’invio di un messaggio e la sua ricezione, come ai tempi della posta cartacea? Inaccettabile.

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Eppure quando si tratta di esseri umani le cose cambiano. Questo abbattimento delle distanze, questa totale fluidità di confini non si adatta alle persone. Non può. Al netto di un giudizio di merito sul fenomeno dell’immigrazione (è complesso e non è lo scopo di questa riflessione) c’è un evidente problema di fondo. E’ come esprimersi utilizzando una forma di comunicazione nella quale la stessa parola ha due significati opposti in relazione a cosa la si applica. Non differenti, opposti. Secondo me questa cosa crea confusione. Un disordine di fondo i cui effetti emergono a macchia di leopardo, un’incapacità sempre maggiore di far collimare la percezione del mondo con la sua veridicità. Come possiamo concepire la libertà totale negandola al tempo stesso? Ripeto, senza considerazioni di merito. Sono convinto che questa discrasia costante, persistente, quasi sottocutanea, stia piano piano modificando anche il nostro modo di comunicare forse persino la nostra capacità di farlo. Il cervello umano, soprattutto nei suoi strati più profondi, semplifica e cerca di mettere ordine anche laddove un ordine sembra non esserci. I traumi vengono ridimensionati, le delusioni interiorizzate e rese più facili da accettare. Siamo adattabili, sia in positivo che in negativo e l’asticella emotiva viene manovrata dal nostro io interiore senza che ce ne accorgiamo. Si alza e si abbassa, in relazione a tutto quello che dobbiamo assimilare, processare, comprendere. Ma un subconscio inondato da pacchetti concettuali discordanti, da principi teorici e pratici in netto contrasto tra loro, come potrebbe reagire? Siamo come le IA di Facebook? Stiamo comunicando con un linguaggio inadatto a essere compreso? O peggio?

Tutto quello che NON vorreste sapere:
Abbiamo ucciso la balena blu
La necessità degli assoluti
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Intelligenze artificiali?

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The Circle – di James Ponsoldt

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★★½☆☆

I segreti sono bugie

Mae – The Circle

Il tempismo nella fantascienza è fondamentale. Arrivare in ritardo rispetto a quanto sta accadendo nel mondo reale può trasformare un buon film in uno scadente documentario di repertorio.
The Circle, purtroppo, arriva un pelo in ritardo e la sensazione che si ha è proprio quella di aver assistito a qualcosa di vecchio.
Mae (una Emma Watson male assortita) è una giovane ambiziosa che vede la sua vita cambiare quando l’amica del cuore Glenne (Bonnie Holland) riesce a farla entrare al Circle, una grande azienda che deve i ricchi natali a un social network di diffusione mondiale. Il guru di Circle, Eamon Bailey (un Tom Hanks in versione Steve Jobs) ha le idee molto chiare sul futuro: connessione totale, condivisione totale, nessun segreto e l’ambigua gestione di una mole di dati a dir poco impressionante.

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GoT: due piccole rivoluzioni?

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Quattro episodi su sette, con ancora nove puntate (tre di questa settima stagione e sei dell’ottava) prima di veder calare il (o un) sipario su uno dei fenomeni televisivi più imponenti di questo ventunesimo secolo. In molti ci eravamo chiesti come sarebbe cambiato Il Trono di Spade con il sorpasso definitivo dello show rispetto alle trame letterarie libri di George R.R. Martin e questi prima quattro episodi hanno in parte risposto alle nostre domande.
Due sono i più evidenti e principali aspetti della piccola rivoluzione che David Benioff, D.B. Weiss e compagni hanno attuato con la settimana stagione del Trono.

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