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Recensioni Film – ‘The Raven’ di James McTeigue

Tempo di lettura: 3 minuti

Premetto che negli ultimi anni ho sviluppato una vera e propria passione per romanzi e film ambientati nella seconda metà del 1800 e rilancio aggiungendo che, da bravo appassionato di horror in tutte le sue forme, Edgar Allan Poe ha un posto specialissimo nel mio cuore di horrorofilo.
Detto questo, con ‘The Raven’ non ci troviamo sicuramente al cospetto di un capolavoro ma si tratta comunque di una pellicola assolutamente degna. La mano di James McTeigue, regista d’atmosfera piuttosto versatile e capace (‘V per Vendetta’ vi dice niente?), agevola tantissimo la credibilità di una Baltimora oscura e creata ad arte per ospitare il genio maledetto di Edgar Allan Poe, di ritorno dai suoi drammatici pellegrinaggi.
Il film si snoda come un noir nel quale il Detective Fileds (Luke Evans) indaga su misteriose morti che ripercorrono, in modalità e cruenza, gli orrori descritti da Poe nei suoi racconti. Ben presto quindi lo scrittore viene coinvolto nelle investigazioni e inizia una partita tra lui e l’assassino, che lo sfida apertamente tramite indizi lasciati sui cadaveri. Ma questa partita è destinata a un climax di drammaticità perchè vittima designata del folle emulatore è Emily Hamilton (Alice Eve), amata e promessa sposa di Poe, rapita dallo squilibrato per trascinare lo scrittore in un inquietante gioco di orrore e creatività.
La non aderenza del personaggio di Emily con la biografia di Edgar Allan Poe è un peccato del tutto veniale che mi sento di perdonare anche perchè dietro la genesi della pellicola c’è il lodevole sforzo di dare una spiegazione alla misteriosa morte dello scrittore, avvenuta nel 1849 per cause a che sono rimaste, sino a oggi, sconosciute. Certo, si sa che una vita dissoluta ha indebolito drammaticamente la salute di Poe, ma questa motivazione da sola non basta a spiegare il perchè fu trovato con abiti non suoi, in stato confusionale, e in grado solo di ripetere la parola ‘Reynolds’.
Da qui parte lo sforzo narrativo di Hannah Shakespeare e Ben Livingston, sceneggiatori non veterani ma che dimostrano di avere una bella penna, tutto mirato a creare un gioco di ombre intorno alla morte di Poe a alla sua indole tormentata.
In definitiva l’intreccio giallo regge molto ben, John Cusack è bravo e il ruolo di Poe gli si addice anche se forse confrontandolo con le immagini d’epoca è un po’ troppo belloccio. A tratti può apparire macchinoso ma alcuni scricchiolii nell’ingranaggio narrativo sono compensati dall’idea di fondo del film: Poe, dopo la morte della prima moglie e ormai ridotto a uno spiantato con problemi di alcool, può ritrovare ispirazione solo se precipitato in un vortice di malvagità. Resta smarrito nei suoi stessi personaggi, nella fama che ha avuto per troppo poco tempo, e nel ricordo di sé e della sua arte. Alcuni passaggi poi, purtroppo troppo brevi e sporadici secondo me, ci mostrano una bella interpretazione dell’indole crepuscolare dello scrittore che non potrà godere della ritrovata creatività, mai più.
Una visione senza dubbio romanzata, ma non per questo priva di un certo fascino. Sorrido pensando a come Dan Simmons, attraverso la bocca di Dickens, aveva descritto Poe nel suo meraviglioso Drood: tormentato dalla sua stessa arte e dal confronto con quella altrui.

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