Da WandaVision ad Arrival: amare a ogni costo?

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Qualche settimana fa si è conclusa la prima stagione di WandaVision, atteso debutto della fase 4 nonché primo prodotto seriale targato Marvel Cinematic Universe (MCU). Premetto: la serie in sé mi è piaciuta molto. Ho trovato davvero brillante la prima metà delle stagione, oltre che coraggiosa e densa di simbologie più o meno ‘for dummies‘. Più nei canoni Disney/Marvel la seconda metà che ha dovuto accontentare un po’ tutti con belle scazzottate vecchia maniera e che ha proiettato verso il mondo che verrà (direi nel secondo Dottor Strange) il finale di stagione. Di seguito, considerazioni sparse su WandaVision e un piccolo/grande salto concettuale di quelli che non ti aspetti. Purtroppo, o per fortuna, spoiler sparsi.

È SOLO TELEVISIONE

Prima cosa che mi ha colpito e che mi è molto piaciuta? Il ruolo formativo, famigliare, etico e di crescita (tutto in salsa yankee) con cui Jac Schaeffer ha voluto caratterizzare il suo show. Al netto della non richiesta strizzata d’occhio allo spettatore – la piccola Wanda di Sokovia è cresciuta a cereali serie tv americane anni ’60 ed ecco perché proietta il suo show – c’è secondo me un’altra interessante e precisa volontà. Con lo svilupparsi della serie Wanda emancipa la sua Westview, la trasporta dal bianco e nero ai colori, la trascina dagli anni ’60 ai roboanti ’80 e più in là. Questo viaggio nel tempo meta-televisivo è anche un viaggio attraverso una realtà (verità da quarta parete?) che va via via perdendo le sue coordinate. Come se con il passare del tempo, con la perdita dell’innocenza made in America (Stephen King nella sua personale timeline attribuisce al 1963 la perdita dell’innocenza, e tutti sappiamo perché), iniziassero a intrufolarsi nella vita degli americani (e nella televisione, in WandaVision le due cose sono legate a doppia mandata) le menzogne. Il passato è pastello scolorito, il futuro anche lo si vive giorno per giorno, sacrifica il bianco e nero ai colori che però iniziano a essere bugiardi. E infatti è nei colori, negli anni ’70 della nascita dei gemelli, nell’ovattata purezza da famiglia Bradford che Wanda buca – letteralmente – la quarta parete precipitando fuori dal suo set Monica Rambeu (Teyonah Parris). Da lì in poi, non resteranno che bugie. Un esempio: il colossale inganno del finto Pietro-Fietro-Quicksilver (Evan Peters) mutuato dall’assente comparto X dell’MCU per poi rivelarsi essere un qualunque John Doe.

Copyright: Disney Company

BUONE IDEE FANNO BUONI ATTORI

Non avevo dubbi su Elizabeth Olsen e nemmeno su Paul Bettany ma devo dire che il tono schizofrenico della stagione, i cambi di umore di Wanda, l’invadenza molto creepy di Agatha Harkness (una bizzarra ma convincente Kathryn Hahn), sono stati un vera e propria ventata di freschezza. Certo, ci son i caratteristi che portano a casa la giornata di lavoro replicando loro stessi (Kat Dennings e la sua Darcy Lewis così come Josh Stamberg nel cattivo ma non troppo Tyler Hayward) ma nel complesso le idee di Jac Schaeffer secondo me si sono trasmesse a tutto il cast come un catalizzatore benefico di entusiasmo. Non voglio gridare al miracolo, ma l’originalità dell’impianto narrativo, il suo essere dentro e fuori lo schermo e la sua normalizzazione in chiusura di serie hanno secondo me creato un buon mix che ha dato modo a tutti di mostrare il loro lato migliore.

AMARE A OGNI COSTO?

Sono stato una voce senza corpo. Un corpo ma non umano, e ora … un ricordo diventato realtà. Chissà cos’altro potrò essere.

Visione

In WandaVision viene del tutto abbandonato il peso dell’eredità lasciata dalla morte di Tony Stark e dalla ‘scomparsa’ di Cap: tutto è molto intimista. Tutto è molto concentrato sulle perdite personali, sulla capacità (o incapacità) di elaborare il lutto, sulla possibilità di rifiutare l’orrore e di ricreare una realtà che lo rimuova come fosse un brutto ricordo. Ma i ricordi, ahinoi, non si possono cancellare. Si possono nascondere, si può tentare di riscriverli ma il subconscio dispone di molti strumenti per trovare la via verso la superficie (per esempio gli intermezzi pubblicitari sull’Hydra). In questo contesto, mano a mano che la quarta parete di cui accennavo viene demolita, arrivano le verità.

Una presa di coscienza progressiva, una consapevolezza di cosa si vuole, di cosa si è e di cosa si vorrebbe essere. Prima di Wanda, di ciò che ha fatto, del tremendo legame con cui ha vincolato Visione (ricordo diventato realtà) e i suoi figli alla realtà camuffata di Westview. E poi di Visione. Sia del Visione Bianco che capisce di non essere solo un macchina, che del Visione nato dai poteri di Wanda. Ma più di tutto la presa di coscienza dell’errore, dell’aver fatto qualcosa di sbagliato, dell’aver condannato una cittadina all’oblio per la necessità di recuperare l’amore perduto.

Copyright: Dan Levine, Shawn Levy, David Linde, Karen Lunder, Aaron Ryder

Ed è qui che nella mia testa piena di ingranaggi (cito Barbalbero quando si riferiva a Saruman) si crea una connessione tra WandaVision e Arrival, il bel film fantascientifico firmato da Denis Villeneuve (ne avevo parlato qui). In Arrival (semplifico) veniva celebrato l’amore a ogni costo, l’amore al di sopra di qualunque sofferenza, l’amore come forza circolare, come il tempo che si svolge e si ripete senza essere mai trascorso e senza dover mai davvero trascorrere. Così la linguista Louise Banks (Amy Adams), capace di vivere il tempo in modo differente perché educata dalla lingua circolare degli eptapodi, accetta e celebra la futura nascita della figlia comunque destinata a morire di un dolorosissimo cancro. La accetta perché l’amore ‘è a ogni costo’, perché amare ed essere amati è ben più importante di tutta la sofferenza che può scaturire anche se quell’amore viene spezzato dalla malattia. Perciò, appunto, amare a ogni costo. Anche se si conosce il futuro. Anche se poi si deve essere pronti ad accogliere la sofferenza.

WandaVision si riflette nell’esperienza di Louise Banks e lo fa attraverso un doloroso gioco di ombre, un chiaroscuro speculare e contrario. Wanda ha una famiglia. Ha infuso la vita a una Visione sgorgata dalla passato (non è, come nel caso di Louise Banks, un amore destinato ad arrivare dal futuro) e con essa ha generato una famiglia. Due figli che però poi pensano, agiscono, soffrono e amano in modo autonomo. Perciò, amore a ogni costo? Amore da preservare contro tutto e tutti? No. Qui, a differenza di quanto accade in Arrival (ci sono ovvie differenze, ma sto riducendo tutto alle esperienze delle due donne), Wanda compie il sacrificio supremo. Rinuncia al suo amore. Rinuncia alla sua nuova vita. Rinuncia al futuro riportando nel presente l’ineluttabilità (non scelgo questa parola a caso) del passato. Contrae WestView, richiama a sé la bolla di amore che aveva creato come fosse una favola della buonanotte al contrario e spazza via ogni cosa. Spazza via la promessa della sua felicità perché amare a ogni costo, per lei, non è una vita percorribile.

Certo ci sono le scene post-credit, c’è la possibilità di cancellare l’orrore della perdita forse scatenando un orrore più grande (il Darkhold più volte citato) ma nel momento della scelta, nel momento preciso della scelta, la presa di consapevolezza di Wanda la porta al lato opposto della spirale su cui la stessa Luoise Banks, in Arrival, si era trovata a navigare.

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