The Falcon and the Winter Soldier – di Malcom Spellman

Tempo di lettura: 7 minuti

Un paio di giorni fa si è conclusa la mini-serie The Falcon and the Winter Soldier, l’atteso secondo appuntamento seriale Marvel ambientato nel caleidoscopico MCU. Anticipo subito che mi è piaciuta, e anche tanto. Dopo WandaVision le aspettative erano molto alte ma premetto che dal mio punto di vista confrontare le psichiatriche (nel senso buono del termine) avventure di Wanda con il realpolitikese ecosistema nel quale abbiamo visto muoversi Sam (Anthony Mackie) e Bucky (Sebastian Stan) è quasi come cercare affinità tra una medusa e un cavallo. Perché?

INSIDE OUT

WandaVision era tutta incentrata su un dramma intimo, personale, molto emotivo e che solo ‘accidentalmente’ (e solo a causa degli enormi poteri di Wanda) andava a influenzare il mondo altro dello S.W.O.R.D. e delle strutture (para)governative a esso affiliate. Wanda doveva affrontare il doppio dramma del Blip (la cancellazione di metà della popolazione mondiale e il successivo ritorno di tutti i leftovers) e della perdita personale di Visione. Una perdita senza appello che non poteva (doveva) essere cancellata con uno schiocco di dita. Un inside, un insieme di scatole cinesi emotive la cui portata andava via via chiarendosi in favore di una sana scazzottata finale stile Marvel. Falcon e Winter Soldier invece, rappresentano quell’out difficile da gestire, quel dopo molto teorico e concettuale che nel mondo dei fumetti, di solito, si risolve nelle zone d’ombra tra un numero e l’altro. Un out quasi genetico. Un out in parte figlio di una solidità narrativa tutta da costruire nel caso di Falcon. Un out che eredita l’anima realpolitik di Bucky (Captain America and the Winter Soldier resta uno dei più efficaci affreschi socio politici di quel periodo e Winter Soldier è figlio di quello). Un out complicato che Malcom Spellman ha deciso di affrontare di petto.

Copyright: Disney Company

SIMBOLI E CADUTE

La mini-serie (sei puntate da 45 minuti circa) alterna il suo svolgimento tra le poco riuscite e poco interessanti (e questa è una grande novità, un fallimento che non ti aspetti) scene di azione e tutto un comparto simbologico davvero sorprendente. Sorprendente perché figlio, comunque, della Disney ma anche sorprendente perché capace di una fortissima critica. Una critica tutta a uso e consumo del paese a stelle e strisce.

Partiamo dal post-Blip. La ricomparsa di metà della popolazione mondiale dopo una latitanza di cinque anni. Il ritorno di miliardi di persone che si trovano a dover affrontare un mondo che è andato avanti senza di loro. Case riassegnate, posti di lavoro persi e impossibili da recuperare. Un esercito di invisibili. Quegli stessi invisibili che ritroviamo anche del nostro triste presente ma che nella finzione narrativa offrono un’assoluzione almeno teorica a chi li emargina. Il Blip è stato un evento imponderabile così è comprensibile la difficoltà del ritorno. Del ritrovarsi. Di persone svanite che adesso non hanno più un posto da reclamare. Nel nostro oggi, nel nostro VERO oggi, gli invisibili lo sono senza nessun Blip. Effetti collaterali di un sistema che rimuove le persone dal gioco senza nemmeno dare loro la possibilità di un tiro di dati. E dal Blip, dalla difficoltà del potere costituito di amministrare una cosa così complessa, nasce Karli Morgenthau. Nascono le sue bandiere, nasce un fronte terrorista(?) alimentato dalla gente comune. Da tutti gli invisibili che non possono, non vogliono e non devono più essere tali.

Poi c’è l’America. Un’America assetata di simboli che non può e non vuole perdere quella che crede essere la forza dello scudo di Cap. Un’America che cerca in John Walker (Wyatt Russell) un nuovo simbolo dimenticando che Walker è sì un eroe, ma un eroe da black-ops. Un eroe fabbricato nelle opache operazioni militari americane, un eroe che per sua stessa ammissione ha ben poco del Valore delle medaglie che porta. Ed è proprio Walker che condurrà alla caduta dei simboli, a quello streaming online in cui lo scudo di Cap finirà insanguinato, infangato. A dimostrare che non sono i simboli a dare forza, ma sono le persone a farlo. Le persone che quei simboli li portano. Le persone che non si fanno corrompere dal potere. Le persone che sono speciali in quanto tali, non in quanto addobbate con un costume e armate con uno scudo. La parabola di John Walker, rapida ed efficace, è il fallimento del processo di responsabilizzazione emotiva di un intero paese.

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BLACK FALCON?

E poi c’è la vera partita che Spellman e la Disney decidono di giocare a volto scoperto. Accanto ai non-terroristi guidati da Karli (che diventano davvero terroristi solo nell’ultima puntata), accanto ai reduci del Blip, accanto al tormento di Bucky che cerca la via più giusta per perdonare sé stesso, accanto a Zemo (un Daniel Brühl davvero centrato sia nei toni che nei contenuti, l’uomo normale che sa che gli Dei non possono camminare sulla Terra), c’è Falcon. Un eroe in cerca di autore che porta in casa MCU quel Black Lives Matter che ha messo a ferro e fuoco l’America della nostra vera realtà.

E la Disney riesce ad affrontare il tema con una maturità che mi ha stupido. Se i tentativi passati di innestare il presente nella finzione avevano funzionato male (nell’affermare i personaggi femminili erano stati un po’ troppo manichei – ottimi negli intenti un po’ meno nella realizzazione – e visivamente espliciti) qui il percorso di Sam è chiaro, lungo e sofferto. Isaiah Bradley, il Captain America Nero mutuato dai fumetti, è catalizzatore disilluso di Sam. Specchio deformante di ciò che si rischia nel tentativo di credere negli ideali a cui Sam è incollato senza se e senza ma. In una puntata confusionaria e poco efficace dal punto di vista dell’azione, l’ultima della serie, per bocca di Sam vengono però espressi concetti che difficilmente potevano trovare una sponda più adatta e coraggiosa, soprattutto in un prodotto di ‘puro intrattenimento’ (lo dico provocatoriamente a uso e consumo di chi lo derubrica come tale) come quelli che sforna l’MCU. Quel “portare questo scudo vuol dire farmi odiare da metà del paese” è fotografia perfetta delle contraddizioni in cui i nostri Stati Uniti, l’America del nostro oggi, versa. Poi Sam parla, parla tanto, dice altre cose forse meno efficaci ma la sostanza quella è e quella resta.

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DIFETTI E PREGI?

La serie ha difetti. Ne ha e non si possono nascondere. Sceglie scorciatoie, forza l’evoluzione di Sam precipitandolo in una indigenza economica non tanto credibile, rende confusi e confusionari gli obiettivi di Karli e gioca a tutti i costi con le ombre quando tira in ballo Sharon Carter e Power Broker. Ma i meriti, la forza narrativa, il coraggio di costringere allo specchio l’America spezzata dalla sua confusione interna, dal desiderio di essere ciò che non è, ciò che non può essere senza capirsi fino i fondo, tutte queste cose superano di gran lunga i difetti.

Aggiungo una cosa. Il mantra ‘per essere Disney ha avuto coraggio’ non deve essere confuso con una sorta di assoluzione di mediocrità ed esaltazione del ‘meno peggio’. I prodotti MCU hanno una forza prorompente, una diffusione e una capillarità che li mette in una posizione del tutto particolare. Le scelte narrative non possono essere quelle di un film di denuncia destinato a un pubblico di nicchia o comunque settoriale, lontano dalla vastissima platea Disney. Perciò affrontare questi temi all’interno della trasposizione cinematografica di un fumetto seriale e farlo oggi mentre ancora la questione americana non è risolta, richiede anche una mano morbida. Che non è sintomo di vigliaccheria narrativa.

Ultima nota. La dissolvenza finale che manipola il titolo della serie è la chiusura di un piccolo/grande cortocircuito che mi ha davvero convinto.

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