REALTA’: LA PIU’ GRANDE SCONFITTA DEL CINEMA

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Robocop (2014), Carrie (2013), La casa (2013), Total Recall (2012) e la lista potrebbe continuare. Viviamo un periodo storico nel quale, per tanti motivi, l’originalità cinematografica sembra fiacca e priva di mordente. Molte delle energie creative più fresche preferiscono il piccolo schermo e il proliferare delle serie TV, che spesso si rivelano piccolo gioielli narrativi, ha senza dubbio azzoppato gli slanci creativi che prima erano propri del grande schermo.
E allora ecco che per non correre rischi al botteghino e per ‘vincere facile’ la folta schiera dei remake (o dei reboot) si arricchisce di nuovi capitoli. E di nuove delusioni. Questa riflessione nasce dal recente ‘Robocop’ di José Padilha ma si potrebbe ben adattare anche a pellicole ‘originali’ che soffrono tutte di difetti molto simili. Ho l’impressione che una bella fetta delle produzioni americane si sia ‘politicizzata’. Non nel senso di una presa di posizione rispetto a eventuali schieramenti politici. Ma piuttosto rispetto alle tematiche e al modo di affrontarle. Il cinema, o almeno un certo cinema di genere, ha la giusta ambizione di dare colore a un mondo a volte confuso o troppo indistinto. E’ ancora così?
In realtà il seme di questo sospetto ha origini antiche. Già nel 1999, con l’uscita di ‘Star Wars Episodio I: La Minaccia Fantasma’ i campanelli d’allarme avrebbero dovuto suonare. Se anche la fiaba per eccellenza viene ‘contaminata’ dal politichese vuol dire che le cose stanno cambiando. Giochi di potere, la scalata politica di un Senatore della Repubblica, una complicata guerra di facciata mirata a coprire obiettivi più ambiziosi. La pura e immediata simbologia propria (fino a quel momento) di Guerre Stellari, cattivi contro buoni, bianco contro nero, cede il passo alle lusinghe del grigio.
Poi, con il 2001, con il World Trade Center e con tutto quello che è successo dopo, l’onda del cambiamento è diventata un vero e proprio tsunami. Quella che è iniziata come una reazione allo shock dell’11 Settembre ha finito con l’insediarsi alla base del tessuto creativo e da lì ha iniziato a germinare. Il mondo si è complicato e invece di semplificarlo almeno al cinema, estremizzando i chiaro scuri fino a trasmettere in modo netto le ambizioni che si nascondono dietro un film, la complessità ha finito con il confondere i messaggi stessi delle pellicole.
‘Robocop’ è solo l’ultimo e forse più eclatante esempio perchè permette un confronto diretto con il suo precedessore. Dove Verhoeven, nel 1987, criticava con cruda semplicità la sua società contemporanea, il rischio dell’ascesa delle multinazionali in un mondo dominato da un liberismo portato all’eccesso, la violenza e il cinismo, Padilha non riesce a rispondere in modo altrettanto netto. Qui tutto sembra ruotare intorno a interessi economici dei quali però ci viene mostrata una complicata sfaccettatura. Il Dreyfuss Act, la votazione in senato, gli elettori e le mosse di marketing. E ancora gli organi di comunicazioni asserviti ai padroni (Verhoeven, nel suo ‘Starship Troopers’ del 1997, ci diceva la stessa cosa ma in modo più estremo, più chiaro) e gli uomini di spettacolo al soldo delle multinazionali.
Sono tematiche che potrebbero essere affrontate in modo più diretto. Con scelte più coraggiose. Con una fantascienza distopica più pulp e meno politica ma ho come l’impressione che invece si cerchi di trasportare al cinema l’ambiguità dei nostri tempi non riuscendo (o non volendo) criticarli fino in fondo.
Gli esempi sono tanti. ‘Elysium‘ (2013) cercava di trasmettere una forte critica ai troppi che per il loro benessere fanno soffrire i tanti ma finiva con l’annacquare il messaggio in un brodetto insipido di giochi politici, potere, rielezioni e mancati colpi di stato. ‘Star Trek Into Darkness‘ (2013) si spingeva a criticare le ‘guerre preventive’ o la cultura della guerra ma con un piano così contorto e realpolitikese da essere del tutto indigesto, e assolutamente dimenticabile. Alla critica che per esempio Romero con il suo ‘La notte dei morti viventi’ (1968) muoveva a una società americana troppo legata alle armi e alla violenza, negli ultimi anni non ha fatto seguito nulla. Le simbologie forti e crude proprie di un cinema di genere che è (o era) ANCHE critica sociale sono state sostituite da infiltrazioni del mondo reale che però finiscono con l’omologare tutto a uno sciatto grigio destinato ad annegare negli effetti speciali e a perdere qualsiasi mordente. Ci sono alcuni distinguo. ‘District 9’, per esempio, andava dritto al punto in modo chiaro e, mi permetto di dire, molto anni ’80. Ma si tratta di una goccia del mare, della classica eccezione che conferma la regola.
Non ho ancora capito se manca la capacità di criticare il presente perchè è un presente troppo complesso da criticare o se i registi di film di genere (horror, fantascienza, etc) hanno gettato la spugna demandando questo scomodo ruolo ai cineasti ‘impegnati’. In ogni caso si tratta di un vero e proprio delitto perchè niente di meglio di una realtà distopica ben congeniata, piuttosto che un horror strutturato, è in grado di puntare il dito sui difetti del presente in cui viviamo senza gli inquinamenti o le lusinghe dettati dalla spasmodica ricerca del troppo realismo. Perdere uno strumento del genere, una lente in grado di mostrarci dettagli altrimenti troppo nascosti, sarebbe un peccato mortale.

di Maico Morellini

Immagine presa da: www.claudiograssi.org

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Comments (3):

  1. Myria83

    18 Febbraio 2014 at 18:47

    Parli di uno spostamento verso i “grigi” e la complessità, poi di eccessivo “realismo” (?), infine di mancanza di coraggio e scarso “impegno”.
    A mio avviso il problema è l’opposto: i film di genere sfornati da Hollywood negli ultimi anni sono poco coraggiosi e impegnati, sì, ma non certo per eccessivo realismo o tendenza a mostrare le cose da un punto di vista troppo complesso, sfumato e realistico. L’esatto contrario, direi.

  2. Florian ONeill Jols

    18 Febbraio 2014 at 19:26

    Bellissimo articolo, molto chiaro e purtroppo fin troppo condivisibile!

    Penso che alla base del problema ci sia proprio quelle “lusinghe del grigio” delle quali parli…

    Perché esporsi con una propria idea (giusta o sbagliata che sia) quando è possibile offrire un’idea confusa e sbiadita nella quale tutti si ritrovano almeno in parte? Al cinema (e non solo) sembra si miri a voler accontentare tutti, proprio tutti… E questo si può fare solamente offrendo storie piatte (che non suscitano né emozioni né pensieri né forniscono spunti per il dialogo) con effetti speciali “belli” (che piacciono un po’ a tutti) e magari con degli attori rinomati che tutti accettano come “bravi, buoni e belli…”. Se poi si riesce anche a inserire un brand noto e amato da molti, come Star Wars, Star Trek o un classico come Robocop, ecco che ci sono tutti gli ingredienti per fare un film che non farà discutere nessuno, che farà pensare niente a nessuno e che dopo poche ore si dimentica avendo però fatto guadagnare ai produttori dei film tanto bene da poter finanziare il prossimo “film grigio”…

  3. Maico Morellini

    18 Febbraio 2014 at 20:16

    @Myria83: quello che intendevo dire con il ‘troppo realismo’ è che a volte i film sono troppo attenti e replicare il grigio della politica, delle cose complesse, delle trame e sottotrame della realpolitk (generalizzo) perdendo la forza di una semplice, determinata, cruda e perché no violenta narrazione. Cosa c’è di più semplice di ‘District 9’, in termini di trama? E cosa c’è di più riuscito, in termini di critica?

    @Florian: grazie! Hai centrato esattamente il senso del mio articolo. Si cerca di accontentare tutti navigando in una neutralità che fa rabbia. Certo, così non si sbaglia, ma si perdono anche tante possibilità. E si finisce con il banalizzare un cinema che avrebbe tanto, tantissimo da dire.

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