Le serie TV sono il nuovo male?

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Saluto questo 2017 senza bilanci particolari (mi limiterò a dire che quest’anno ho scritto davvero tanto ma pubblicato poco) ma con una riflessione che lascio maturare da un po’ di tempo.
Prima premessa: seguo le serie TV, non tante a dire il vero, e sono ben consapevole delle loro qualità perciò non sputo nel piatto in cui mangio. Attorno all’universo fatto di stagioni orbitano sempre più idee, sempre più grandi attori che provengono direttamente dal cinema e in alcuni casi sempre più voglia di sperimentare (penso alle prime stagioni di American Horror Story).
In più le serie sono diventate un vero e proprio fenomeno culturale (basta solo vedere la rilevanza che hanno nel mondo social) e sempre più spesso c’è una corsa alla visione che porta gli appassionati a consumare ore e ore di contenuti in pochissimo tempo.
Seconda premessa: il mio osservatorio è molto centrato sulle produzioni cinematografiche, televisive e letterarie di genere. Perciò tengo fuori da questa riflessione il mainstream.
E quindi? E’ un bene? E’ un male?
Prima considerazione: il formato delle serie ha una grande, grandissima capacità di fagocitare tutto il tempo a disposizione. Parliamo di episodi che durano dai 45 ai 60 minuti. Tornati dal lavoro, o dopo cena, quando la soglia dell’attenzione non è altissima, il perfetto bicchiere della staffa sono una o due puntate di una serie. L’offerta poi è tanto variegata, il prodotto così digeribile che a fronte di un’ora di tempo a disposizione diventa spontaneo affrontare anche una nuova serie. Questo cosa comporta? Che, per esempio, non si legge più. I dati recenti che vedono sei italiani su dieci totalmente esterni al mercato letterario è, secondo me, effetto ANCHE dello strapotere delle serie. Non è una questione economica, o meglio non solo: un libro cartaceo costa 20 euro (in digitale scendiamo intorno ai cinque euro), un mese di Netflix nove ed è un dei più economici. Diciannove milioni di italiani hanno accesso a contenuti di questo tipo. Praticamente, il 30% della popolazione ed è un dato in aumento.

Seconda considerazione: le serie TV hanno un fortissimo sistema immunitario. Da fruitore me ne rendo conto ma pur sapendolo questo non sminuisce il loro fascino. Cosa intendo? Che su dieci puntate di una stagione, se tre (o quattro, o cinque addirittura) non funzionano, il valore complessivo della serie non è compromesso soprattutto se il finale di stagione è in ascesa. Penso alla recente e riuscitissima Legion, zoppicante fino alla quinta puntata e poi letteralmente decollata. Cosa vuol dire? Che su dieci ore di contenuti, quasi metà non funziona. Se parlassimo di un film, avremmo per lui un verdetto impietoso. Ma una serie non viene valutata allo stesso modo (ne Il Trono di Spade ricordo stagione intere del tutto deludenti salvata agli occhi degli appassionati, me compreso, da un’ultima puntata di qualità).
Terza considerazione: le serie funzionano (escludiamo quelle cancellate dopo una stagione ma in proporzione parliamo davvero di una percentuale risicata). Diventano argomenti di confronto, di dibattito social, fanno guadagnare ben più di quanto costano e sono ‘offerte’ a un pubblico che non sceglie. Se le trova disponibili. E’ un consumo passivo, molto diverso da quello cinematografico. Il loro successo però sta uscendo dai recinti televisivi. Il cinema, da un po’ di anni a questa parte in profonda crisi, ha iniziato a serializzarsi. Universo Marvel, Universo DC, Universo Star Wars: le pellicole che monopolizzano gli incassi si sono trasformate in enorme serie televisive ad altissimo budget. Abbiamo pellicole di raccordo piuttosto insipide, paragonabili alle puntate meno riuscite di una serie, e i film corali (i vari Avengers per esempio), equivalenti ai finali di stagione.
E per le pellicole che non appartengono a questi mega-franchise? Il cinema sta perdendo la sua capacità principale: quella di raccontare una buona storia in un tempo limitato. Quella di offrire personaggi e situazioni credibili in un lasso temporale limitato. Due ore contro dieci è uno scontro impari e per questo ho il sospetto che anche all’interno di un singolo film la ‘serializzazione’ stia prendendo il sopravvento. Blocchi narrativi poco fluidi, come poco fluidi possono essere per genetica gli episodi di una serie, ed estetica privilegiata rispetto ai contenuti. Come se l’unico vantaggio rimasto al grande schermo sia l’alto budget, la potente estetica fatta di immagini e audio.

La qualità delle serie vive anche di piccoli stratagemmi e delle debolezze del cinema (anche se capire da cosa deriva cosa è un po’ decidere se è nato prima l’uovo o la gallina). Hanno personaggi profondi e spessi? Per forza. Dispongono di un minutaggio imponente e possono anche sacrificare diverse puntate a un nulla narrativo lavorando solo su un singolo personaggio. Ma questa non è capacità, questa è opulenza. Abuso. E aggiungo, giocare sporco (non entro nel merito del processo creativo di una serie dove la visione di insieme viene sacrificata al grido di ‘ancora un’altra stagione’).

Le mie conclusioni?
In realtà, nessuna se non una riflessione a voce alta su ciò che ho osservato in questi ultimi. Di certo le serie TV stanno monopolizzando lo spazio giornaliero disponibile che ciascuno di noi ha per la cultura. Di certo stanno contribuendo a una modifica della percezione del tempo (ho provato a esporre questo concetto qualche settimana fa, qui). Ripeto la domanda di apertura di questo pezzo: è un bene, è un male?
Non lo so. Ogni cambiamento viene percepito, inizialmente, come un male. A titolo del tutto personale vedo nelle serie TV un potenziale già pienamente realizzato e vedo una grande stortura nel loro sostituirsi al cinema o alla letteratura. Sono forme divulgative diverse ciascuna delle quali deve secondo me agire di concerto con le altre nella loro FONDAMENTALE funzione formativa e di comprensione della contemporaneità (e quindi del futuro, ma il futuro ha perso appeal da un po’ di tempo)
Ma viviamo in tempi bulimici, in tempi assoluti, in tempi di eccessi. Il tutto e subito è culturale e i social hanno cambiato anche questo: perché devo impiegare un mese a guardare una serie televisiva se dopo tre giorni dalla sua uscita nessuno ne parlerà più? Qui e ora. Con buona pace della qualità e accontentandoci di una percezione superficiale di ciò che abbiamo visto DAVVERO.

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Ghostland – di Pascal Laugier

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Adoro Pascal Laugier, anche se non ci andrei nemmeno a bere un caffè tanto mi preoccupa il funzionamento della sua mente. Lo adoro a tal punto da aver messo il suo Martyrs in cima alla mia classifica dei 20 film horror. L’ho adorato anche nel meno convincente The Tall Man (2012) perciò aspettavo con una certa trepidazione Ghostland (in Italia, La Casa delle Bambole). Laugier non mi ha deluso, anzi.

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Il fallimento del futuro?

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Quando il futuro ha smesso di essere un faccenda di cui occuparci? Quando è diventato esclusivo demanio di multinazionali e governi? Mi guardo intorno e dal mio limitato osservatorio vedo che da una parte si ragiona di connettività, infrastrutture, intelligenze artificiali, gestione dei dati, ripristino e trasformazione in un grande corridoio informatico della vecchia Via della Seta (per fare un esempio). Dall’altra si è concentrati su un presente abbastanza misero (dal punto di vista concettuale), fatto di sussistenze, di paure, di contrazioni sociali, di ritorno ad alchemiche ricette ottocentesche, di esclusioni e di frammentazione del tessuto connettivo che dovrebbe tenere insieme tutto. Uno Jedi direbbe che abbiamo smesso di essere in comunione con la Forza.

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