Blade Runner 2049 – di Denis Villeneuve

Tempo di lettura: 4 minuti

Premessa: questa non è una recensione del film, o almeno non una recensione del film in senso stretto. Ho difeso e apprezzato pellicole come Star Wars: Il Risveglio della Forza o Alien: Covenant, sopportando e digerendo un fuoco di fila impietoso, una scomposizione della trama mirata a evidenziare ogni piccola incongruenza. Non ho la minima intenzione di fare la stessa cosa con Blade Runner 2049. Anche perché la gioia è nell’orecchio di chi ascolta e nell’occhio di chi guarda e la gioia non è mai una colpa o qualcosa da dover distruggere. Diciamo che questo è più un grido di dolore.
C’è una regola che non può essere infranta: se un film ti porta a chiederti troppe cose durante la visione, se i passaggi non scorrono fluidi e non riesci a concentrare la tua attenzione sull’insieme venendo distratto dai dettagli, qualcosa non ha funzionato. Colpa del film? Colpa tua? Poco importa. La realtà è che, appunto, qualcosa non ha funzionato.
E Blade Runner 2049 con me non ha funzionato, o almeno non come avrei voluto. Aspettative fuori fase rispetto alle intenzioni di Villeneuve? Ho messo in valigia le cose sbagliate e mi son trovato a dover affrontare il freddo siberiano in infradito e bermuda? Di certo ho visto abbastanza film da sapere che tutto il comparto tecnico è una meraviglia, una gioia per gli occhi: regia, luci, colonna sonora. Ineccepibili. Come era stato per Arrival. Allo stesso modo potenza estetica di grande, grandissimo livello. Villeneuve è un regista con la R maiuscola e questo Blade Runner 2049 lo conferma. Ha cose molto belle, fotogrammi che, letteralmente, parlano. Trovate visive che promettono di poter raccontare qualunque cosa, che danno la sensazione di una onnipotenza estetica fuori dal comune.

Ma. Ma. E per tre volte ma.
Credo il mio disagio sia sostanzialmente più profondo e, se vogliamo, molto personale. Il primo Blade Runner era ambientato nel 2019 e descriveva un futuro che non si è avverato e non si avvererà. Fare un sequel di quel film a trentacinque anni di distanza, un sequel ambientato nel 2049, trent’anni dopo il 2019 di Deckard, Roy Batty, Priss e Tyrell, significa costruire un film che prosegue un futuro che non si è mai avverato. Questione di mera filosofia? Forse. Una condanna senza appello e senza possibilità di redenzione, come se dal mio punto di vista il film soffrisse di un difetto genetico impossibile da correggere? Sì e no. Ma se Blade Runner sferzava con un’inventiva, un cinismo, una visione molto realistici, questo 2049 non può (e non vuole) fare la stessa cosa. Mi chiede di spostare il 2019 in un universo parallelo, mai visto e mai nato, e di accettare il 2049 come un suo naturale seguito, fuori dal tempo e dallo spazio. Pura estetica. Pura immaginazione. Che, per quanto bella, viene dichiaratamente presentata come tale. Non c’è niente di futuribile in questo 2049. E non è la fantascienza che piace a me.
Perché? Perché al netto di qualche aggiustamento non è cambiato nulla. E non è cambiato nulla non per sbaglio, ma per scelte consapevoli di Villeneuve e soci. L’estetica è una delicata dichiarazione d’amore verso Blade Runner, le tematiche sono in sostanza le stesse a meno di qualche aggiustamento già ottimamente sviluppato in altri film (Her, Snowpiercer, la vita che vince su tutto di Jurassic Park, qualche estetica presa da Matrix, persino la Storia Infinita e le sue sfingi).


Perciò, il problema è Blade Runner 2049? No. Forse no. Forse il problema sono io. Forse il problema è più vasto è ha a che fare con la maniacale necessità di trovare la giusta chiave per riportare in vita i miti degli anni ottanta o giù di lì. Scott ha provato a farlo con Prometheus e Alien: Covenant, e nel sentire comune (non per me) ha fallito. Abrams lo ha fatto con Il Risveglio della Forza in un’operazione simile, come concetto, a quella di Blade Runner 2049 ma in un ecosistema decisamente più complesso, almeno dal punto di vista del materiale disponibile. Villeneuve sembra aver trovato la chiave per garantire l’immortalità: estetica e passione, un lifting concettuale molto ben realizzato. Ma che non cambia nella sua riduzione ai minimi termini.
La realtà è che volevo fortissimamente questa pellicola mi piacesse, e che mi piacesse tanto. All’idea di una durata di due ore e quarantatré minuti ero in estasi: tanto tempo per godere appieno … di cosa?
Una dichiarazione d’amore. Un quadro (splendidamente) animato e citazionista di sé stesso. Anzi. Di un altro sé stesso che però, questa cosa mi rode come un tarlo, non potrà mai realizzarsi. E non è un problema intrinseco dei sequel. I sequel parlano sì dell’universo narrativo definito dal loro predecessore, ma non possono riproporlo uguale a sé stesso se non per timore, riverenza, amore, fragilità. Timore, riverenza, amore e fragilità sono degnissimi sentimenti, ma non bastano. O almeno, non bastano in una fantascienza che era (purtroppo era) visionaria e futuribile.
E’ un buon motivo per non apprezzare il film? Forse no. Ma è una ruggine terribilmente corrosiva che finisce con il mangiarsi lo stupendo vestito del film esponendo ossa, muscoli, tendini. Una struttura troppo uguale a quella di un 2019 che non si verificherà mai.
Poteva fare peggio? Oh sì. Poteva fare meglio? Oh sì.
Un risposta uguale a due domande così diverse è la sintesi del mio problema con Blade Runner 2049. E mi spingo oltre: era necessario farlo? Lo era nella misura in cui il desiderio di sprofondare di nuovo mani, anima e cuore nella stessa Los Angeles del 2019 (non del 2049) è una necessità, un desiderio profondo. Ma non è il mio caso.
Villeneuve mi piaceva, continua a piacermi ed è senza ombra di dubbio un grande, grandissimo regista. Deve solo stare attento a non innamorarsi troppo della sua stessa straordinaria, e indiscussa, capacità.

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Ghostland – di Pascal Laugier

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Adoro Pascal Laugier, anche se non ci andrei nemmeno a bere un caffè tanto mi preoccupa il funzionamento della sua mente. Lo adoro a tal punto da aver messo il suo Martyrs in cima alla mia classifica dei 20 film horror. L’ho adorato anche nel meno convincente The Tall Man (2012) perciò aspettavo con una certa trepidazione Ghostland (in Italia, La Casa delle Bambole). Laugier non mi ha deluso, anzi.

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Il fallimento del futuro?

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Quando il futuro ha smesso di essere un faccenda di cui occuparci? Quando è diventato esclusivo demanio di multinazionali e governi? Mi guardo intorno e dal mio limitato osservatorio vedo che da una parte si ragiona di connettività, infrastrutture, intelligenze artificiali, gestione dei dati, ripristino e trasformazione in un grande corridoio informatico della vecchia Via della Seta (per fare un esempio). Dall’altra si è concentrati su un presente abbastanza misero (dal punto di vista concettuale), fatto di sussistenze, di paure, di contrazioni sociali, di ritorno ad alchemiche ricette ottocentesche, di esclusioni e di frammentazione del tessuto connettivo che dovrebbe tenere insieme tutto. Uno Jedi direbbe che abbiamo smesso di essere in comunione con la Forza.

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