Io ci voglio credere

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Attingo in modo improprio al manifesto culturale (e fisico) di Fox Mulder per lanciare un piccolo grido di allarme che scaturisce dal mio limitatissimo osservatorio privato. Si è letto molto in questi mese di fake news, di bufale e della diffusione virulenta di contenuti privi del più elementare controllo delle sorgenti. Spesso l’accusa viene mossa al mondo del web ma vi invito di leggere la storia di Alessandro Proto per rendervi conto che in realtà è l’intero sistema comunicativo ad avere grossi limiti strutturali.
Detto questo viene spesso associato al complesso ecosistema delle fake news e similari il termine analfabetismo funzionale. In soldoni e in iper-sintesi, l’analfabetismo funzionale è l’incapacità di utilizzare il proprio senso critico per attribuire un valore vero alle informazioni che si raccolgono dai più svariati media disponibili. In sostanza, prendo un’altra scorciatoia per semplificare un concetto che di certo meriterebbe più spazio, si legge qualcosa ma non si è in grado di capire se questa cosa ha o meno un fondamento, se è logica oppure no.
La mia personalissima impressione è che questa sia una semplificazione, una verità di comodo che ci aiuta ad accettare quello che sta succedendo con sempre più frequenza. Non dico che l’analfabetismo funzionale non sia una realtà, dico solo che il problema è decisamente più grave.
Faccio un passo di lato: l’uomo è un animale sociale che da sempre cerca di aggregarsi in quale maniera. L’esposizione a una platea più vasta offerta dai social ha accoppiato alla volontà di aggregazione il desiderio di apparire, di farsi notare, di raccogliere consensi. Il consenso poi crea dipendenza (ci sono studi che quantificano le endorfine rilasciate dal cervello quando riceviamo un like) e la ricerca di una conferma sociale diventa il fine ultimo, non uno strumento o un mezzo.
A questo aggiungiamo che ben pochi, per mille motivi, sono capaci di utilizzare con successo i social network. Perciò cosa succede? Da una parte c’è la volontà di appartenere a qualcosa, di essere riconosciuti e riconoscibili all’interno di una comunità possibilmente ristretta che gratifichi il nostro ego. Dall’altra c’è l’incapacità di farlo con le proprie forze.
Fake News
E qui entrano in scena le fake-news (uso il termine in modo improprio, le utilizzo come macro contenitore per semplificare). Una falsa notizia, un concetto privo di fondamenti, un’idea basata sul luogo comune più semplice. Leggere una di queste non-notizie, uno di questi non-concetti mette davanti a una scelta: derubricarla (ed è quello che fa ancora la maggioranza delle persone) o crederci.
Abbracciare i concetti espressi da una falsa-notizia mette in condizione di farsi portatori e promotori di una verità che è per i pochi. Vuol dire entrare in un gruppo ristretto nel quale c’è grande cameratismo perché ‘solo noi sappiamo la verità delle cose’. E qui l’equazione emotiva irrisolta di cui sopra trova un suo naturale svolgimento. Per questo dico che il vero problema non è l’incapacità di valutare in modo critico qualcosa, il vero problema è che una fetta sempre maggiore di utenti VUOLE disperatamente credere alle false notizie che inondano la rete.
Cosa c’è di più gratificante? Appartenere a un gruppo di persone illuminate che riescono a penetrare il velo di una realtà precostituita vedendo oltre. Una setta piccola ma non troppo composta da persone che si esaltano tra loro senza curarsi di nulla se non della loro certezza, della loro verità, di ciò in cui vogliono credere.
E reagire in modo violento a queste dimostrazioni di fanatismo proto-religioso (in sintesi, di questo si parla, di atti di fede ripetuti e continui) non serve a nulla. Il gruppetto di crociati, piccolo o grande che sia, trarrà ancora più forza dalla virulenza con la quale si cerca di smentire, dimostrare, argomentare.
Loro vogliono credere. E credono. Se Fox Mulder in X-Files utilizzava la sua fede per spiegare ciò che non poteva essere spiegato con la scienza, qui le cose sono invertite. E molto più gravi. La scienza (e in senso più generale il pensiero scientifico) diventa il nemico: tutto ciò che la scienza comprova è falso. La presunzione di innocenza contenutistica è ribaltata. Sostieni qualcosa comprovato da decenni di dati, statistiche, analisi? Dimostralo da capo in un altro modo. Dimostrami che sto sbagliando usando le mie regole, altrimenti chi sta sbagliando sei tu.

Tutto quello che NON vorreste sapere:
Una Legione senza futuro?
L’assenza del passato genera mostr
Percezione, realtà e inganno
Abbiamo ucciso la balena blu
La necessità degli assoluti
Filosofia, scienza, fantascienza e assoluzione
Intelligenze artificiali?

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Comments (1):

  1. Steffy

    6 dicembre 2017 at 20:10

    Oh si, siamo animali sociali, ma siamo passati da ‘un paese’ di contatti a ‘un mondo’ di contatti in un tempo zero in termini evolutivi. Evidentemente non eravamo e non siamo pronti all’impatto. Penso che la selezione naturale farà anche questa volta il suo lavoro.

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Hill House, il passato e l’inferno

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Mi sono avvicinato alla serie Netflix di Hill House con un certo timore, lo stesso timore che chiunque abbia letto il libro ha provato al pensiero di vedere il complesso capolavoro di Shirley Jackson deformato (e forzato) in una serie televisiva con tempi e ritmi diversi di quelli di una solidissima narrazione. Fortunatamente Mike Flanagan, regista che apprezzo molto (suoi sono, tra gli altri, Oculus e Somnia), ha deciso di percorrere una strada diversa. Hill House, una casa che definire infestata è decisamente riduttivo, è ‘solo’ ambiente e suggestione. Nessun personaggio (a parte qualche doveroso omaggio), nessuna situazione riadattata, di fatto una storia nuova che sceglie come ambientazione la tremenda casa fatta di corridoi, angoli scuri e presenze sinistre.

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Rapporto di fine anno – 2018

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Il primo post di questo sito è datato 30 Novembre 2010 perciò sono passati otto anni dalla sua messa on-line, otto anni nei quali, come si dice, ne é passata di acqua sotto i ponti. Quest’anno per la prima volta però voglio prendermi il lusso di riepilogare con un post tutte quelle che sono state le mie attività letterarie, o para letterarie, dell’anno appena trascorso.
Perché?
Perché chi come me si occupa di letteratura con serietà e professionalità, ma nel risicato monte ore del dopo lavoro (quello che fa pagare le bollette, per intenderci), sa cosa si prova nel sentirsi sempre in ritardo. Sa come può essere logorante quel vago (ma persistente) senso di colpa del “non fare mai abbastanza”, di essere un passo indietro rispetto a non si sa bene cosa. Una spiacevole sensazione che spinge verso una sorta di bulimia creativa per la quale si scrive, si finisce un progetto, ma non si ha mai il tempo (o la forza) di goderne appieno perché “c’è sempre qualcosa di nuovo da fare”.
Insomma, un po’ per ringraziare chi mi segue, chi mi legge, chi mi ascolta, un po’ per tirare una linea oltre le quale osservare con quieta soddisfazione cosa si è fatto, ecco qui il mio rapporto di fine anno: tutto quello che ho pubblicato (e dove) nel corso dei dodici mesi appena trascorsi. Si vi siete persi qualcosa, se volete condividerlo o commentarlo qui o altrove, sapete di essere i bene accetti. Sempre e comunque!

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