Esserci a qualunque costo

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A una settimana e mezzo dal voto, quando stando alla durata media di una notizia il polverone post elettorale dovrebbe quasi del tutto essersi depositato, torno su un tema a me molto caro di cui ho già parlato su queste pagine (in coda a questo pezzo, troverete le mie altre considerazioni): come i social network stanno cambiando il mondo anche al di fuori del loro ristretto ambito di utilizzo.
E’ un tema che mi interessa molto soprattutto perché mi pare che il mainstream informativo tenda ormai a trattare i social come un dato di fatto, come qualcosa che ha le sue regole ma che ha raggiunto un punto di equilibrio stabile. Ma rivolgersi a un fantomatico ‘popolo dei social’ secondo me è una mistificazione di non poco conto: non esiste il popolo dei social. Esistono persone che frequentano i social E che vivono anche una vita al di fuori di essi (quanta e di che qualità, non può essere argomento di discussione).
Non ho dati alla mano ma non credo di sbagliare quando dico che un bella fetta delle informazioni che assimiliamo giornalmente ci arrivano dai social, soprattutto quelle che riguardano il mondo esterno. Arte, politica, recensioni, cronaca. Seguendo la tv generalista e frequentando Twitter, vi accorgerete che i trending topic sono tutti incentrati o sulle partite di calcio, o sulla trasmissione di punta della serata (politica, di cronaca o reality che sia).
Perciò ci si abitua a comunicare attraverso i social. Attraverso post di altri ai quali ci si accoda o attraverso i propri post. Quando scriviamo per primi qualcosa la dinamica è piuttosto semplice: noi esponiamo un nostro pensiero e gli altri interagiscono secondo i loro canoni. Ma l’interazione nasconde al suo interno la stessa ricerca di approvazione pubblica di chi ha scritto il post. Perciò o si entra nel merito, per esempio dando il proprio parere sull’argomento del post, oppure ci si trova davanti al fatidico dilemma: come faccio a raccogliere consensi se non ho visto il film, non ho letto il libro, non ho studiato la notizia?
Analfabetismo empatico di ritorno che si palesa già da subito con poche, semplici parole:”Non ho visto il film, però…” oppure “Non ho letto il libro, però …” o peggio, nel caso di parli di esperienze personali:”A me non è mai successo però in un altro caso…”.
La realtà? La smania di ricevere consensi ci spinge sempre più a non interessarci di ciò che hanno detto gli altri (non è che non lo capiamo, non ci interessa!) ma a voler dire qualcosa di nostro a tutti i costi. Per i motivi più svariati ma alla base c’è un dato incontrovertibile: il meccanismo di base dei social, per come è concepito e per come si è sviluppato, ha insito un egoismo di fondo molto marcato.
Non voglio nemmeno entrare nel merito delle fake news, ne ho già parlato e non è questo l’argomento di questa breve considerazione. Alla base c’è il dubbio che le tendenze autoreferenziali che ciascuno di noi ha in dosi differenti (chi non ascolta è sempre esistito, così come gli egocentrici) finiscano con l’essere esaltate e catalizzate dal meccanismo di non-comunicazione dei social.
Certo, ci sono argomenti e post nei quali si può trovare un confronto più vero. Ma di media, sempre di più, al silenzio si preferisce rispondere con un parere del tutto scentrato, con un’esperienza personale che nulla ha a che fare con il tema di fondo della discussione.
Per apparire. Per attirare l’attenzione al grido di:”Ehi, sono qui! Non ho idea di cosa stiate parlando ma una volta mi è capitato che …”. E questa tendenza si sta estendendo fuori dal mondo social, trova terreno fertile nelle piccole egomanie di ciascuno di noi.
Lo ripeto: l’analfabetismo funzionale e quello di ritorno non sono il problema. Non sono nemmeno l’effetto. Sono una scelta che, per quanto inconsapevole, si ancora al desiderio di esserci a qualunque costo.
Sempre più ci si scorda di quanto sia bello, ogni tanto, ascoltare e basta.

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Ghostland – di Pascal Laugier

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Adoro Pascal Laugier, anche se non ci andrei nemmeno a bere un caffè tanto mi preoccupa il funzionamento della sua mente. Lo adoro a tal punto da aver messo il suo Martyrs in cima alla mia classifica dei 20 film horror. L’ho adorato anche nel meno convincente The Tall Man (2012) perciò aspettavo con una certa trepidazione Ghostland (in Italia, La Casa delle Bambole). Laugier non mi ha deluso, anzi.

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Il fallimento del futuro?

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Quando il futuro ha smesso di essere un faccenda di cui occuparci? Quando è diventato esclusivo demanio di multinazionali e governi? Mi guardo intorno e dal mio limitato osservatorio vedo che da una parte si ragiona di connettività, infrastrutture, intelligenze artificiali, gestione dei dati, ripristino e trasformazione in un grande corridoio informatico della vecchia Via della Seta (per fare un esempio). Dall’altra si è concentrati su un presente abbastanza misero (dal punto di vista concettuale), fatto di sussistenze, di paure, di contrazioni sociali, di ritorno ad alchemiche ricette ottocentesche, di esclusioni e di frammentazione del tessuto connettivo che dovrebbe tenere insieme tutto. Uno Jedi direbbe che abbiamo smesso di essere in comunione con la Forza.

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