Il fallimento del futuro?

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Quando il futuro ha smesso di essere un faccenda di cui occuparci? Quando è diventato esclusivo demanio di multinazionali e governi? Mi guardo intorno e dal mio limitato osservatorio vedo che da una parte si ragiona di connettività, infrastrutture, intelligenze artificiali, gestione dei dati, ripristino e trasformazione in un grande corridoio informatico della vecchia Via della Seta (per fare un esempio). Dall’altra si è concentrati su un presente abbastanza misero (dal punto di vista concettuale), fatto di sussistenze, di paure, di contrazioni sociali, di ritorno ad alchemiche ricette ottocentesche, di esclusioni e di frammentazione del tessuto connettivo che dovrebbe tenere insieme tutto. Uno Jedi direbbe che abbiamo smesso di essere in comunione con la Forza.
Premessa: non sto giudicando le paure, le preoccupazioni economiche, le percezioni. Tutti viviamo nel presente e i problemi di oggi, da sempre, sono le ansie principali di tutti noi.
Ma c’è un grande paradosso in questo distacco tra presente e futuro. Le tecnologie fanno passi avanti e quando si schiuderà il guscio della prima, vera Intelligenza Artificiale inizierà una nuova era della quale però potrebbe interessare davvero a pochi. Per contro l’economia di base (quella che alimenta la vita della maggior parte della popolazione mondiale) si contrae, le questioni da affrontare (a torto o a ragione) si destrutturano sempre di più arrivando a essere legate solo ed esclusivamente al bilancio di fine mese. La capacità di provare interesse per il futuro è tutta subordinata a quello: un più o un meno davanti al numero che tutti noi scriviamo sulle dolenti tabelle di economia domestica.
In questa ottica, che ruolo ha il futuro? Come si può parlare di qualcosa che ancora non esiste e pensare che questo abbia un’attrattiva? Davanti ai problemi non si cercano nuove strade mai percorse, non ci si rivolge alla capacità di immaginare qualcosa che ancora non esiste per cercare soluzioni. Si guarda indietro, complice l’offuscarsi della memoria, complice l’illusione che ‘pochi è meglio’. Che sottrarre elementi a un gruppo, che ridurlo, sia garanzia di protezione economica, psicologia e anche fisica.
In passato avevo individuato (trovate alcuni dei miei ragionamenti nei link alla fine di questo pezzo) nell’ingombrante concretezza di un presente totalizzante la poca appetibilità del futuro ma questo oggi mi sembra solo una faccia della medaglia. L’altra è che il futuro, di fatto, non interessi più a nessuno. O che interessi per i motivi sbagliati. Gli orizzonti si sono ridotti, e di molto. I pochi (in termine numerico) a occuparsi di ciò che potrebbe essere lo fanno in un modo che lascia davvero poco spazio di partecipazione ai molti.
Il futuro allora potrebbe essere, almeno, evasione. Potrebbe affascinare raccontando secondo diverse declinazioni di cose non ancora accadute ma anche questo sta perdendo fascino. Il futuro, quando interessa, è molto vicino al presente e ne porta sulle spalle molti dei difetti.
Ecco allora che si torna al passato. La narrativa incentrata sul fascino di misteri non scoperti si affianca al rifugiarsi nelle antiche sovrastrutture Nazionali che, sempre settanta anni fa, hanno portato il mondo alla Seconda Guerra Mondiale.
Perché il futuro ha fallito? Perché non ha più fascino? Perché interessa solo come riflesso del presente e non come prospettiva nella quale rispecchiarsi?

Tutto quello che NON vorreste sapere:
Il tradimento degli anni ’80
Sterminare tutti i pensieri razionali
L’errore della semplificazione
Le serie TV sono il nuovo male?
Io ci voglio credere
Una Legione senza futuro?
L’assenza del passato genera mostr
Percezione, realtà e inganno
Abbiamo ucciso la balena blu
La necessità degli assoluti
Filosofia, scienza, fantascienza e assoluzione
Intelligenze artificiali?

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Hill House, il passato e l’inferno

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Mi sono avvicinato alla serie Netflix di Hill House con un certo timore, lo stesso timore che chiunque abbia letto il libro ha provato al pensiero di vedere il complesso capolavoro di Shirley Jackson deformato (e forzato) in una serie televisiva con tempi e ritmi diversi di quelli di una solidissima narrazione. Fortunatamente Mike Flanagan, regista che apprezzo molto (suoi sono, tra gli altri, Oculus e Somnia), ha deciso di percorrere una strada diversa. Hill House, una casa che definire infestata è decisamente riduttivo, è ‘solo’ ambiente e suggestione. Nessun personaggio (a parte qualche doveroso omaggio), nessuna situazione riadattata, di fatto una storia nuova che sceglie come ambientazione la tremenda casa fatta di corridoi, angoli scuri e presenze sinistre.

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Rapporto di fine anno – 2018

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Il primo post di questo sito è datato 30 Novembre 2010 perciò sono passati otto anni dalla sua messa on-line, otto anni nei quali, come si dice, ne é passata di acqua sotto i ponti. Quest’anno per la prima volta però voglio prendermi il lusso di riepilogare con un post tutte quelle che sono state le mie attività letterarie, o para letterarie, dell’anno appena trascorso.
Perché?
Perché chi come me si occupa di letteratura con serietà e professionalità, ma nel risicato monte ore del dopo lavoro (quello che fa pagare le bollette, per intenderci), sa cosa si prova nel sentirsi sempre in ritardo. Sa come può essere logorante quel vago (ma persistente) senso di colpa del “non fare mai abbastanza”, di essere un passo indietro rispetto a non si sa bene cosa. Una spiacevole sensazione che spinge verso una sorta di bulimia creativa per la quale si scrive, si finisce un progetto, ma non si ha mai il tempo (o la forza) di goderne appieno perché “c’è sempre qualcosa di nuovo da fare”.
Insomma, un po’ per ringraziare chi mi segue, chi mi legge, chi mi ascolta, un po’ per tirare una linea oltre le quale osservare con quieta soddisfazione cosa si è fatto, ecco qui il mio rapporto di fine anno: tutto quello che ho pubblicato (e dove) nel corso dei dodici mesi appena trascorsi. Si vi siete persi qualcosa, se volete condividerlo o commentarlo qui o altrove, sapete di essere i bene accetti. Sempre e comunque!

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